Friday, November 13, 2009

Shiur Chaye Sarah_Shulchan Shabat 135

Bellezza Fisica e Perfezione Spirituale

 

Gli anni di sarà furono cent’anni, vent’anni e sette anni – gli anni della vita di Sarà (Bereshìt 23, 1)

 

Riguardo al versetto “gli anni di sarà furono cent’anni, vent’anni e sette anni insegna il Midràsh[1]: “Hashèm conosce i giorni delle [persone] integre”[2]: così come esse sono integre, lo sono gli anni della loro vita. A vent’anni Sarà era bella come una bambina di sette, a cento era priva di peccato (pura) come a venti”. Da questo commento risulta che Sarà era perfetta sia nelle azioni, che nella bellezza.

 

Questa conciliazione fra due elementi in apparenza distinti, se non opposti, richiede un’analisi approfondita. Dalle parole del Midràsh emerge che la perfezione fisica di Sarà – a vent’anni Sarà era bella come una bambina di sette –  non ne descrive solamente la bellezza esteriore, bensì anche la sua eccellenza in ambito morale e spirituale.

La domanda che si pone è quindi: come può la bellezza fisica essere espressione anche della perfezione spirituale?

 

L’unione fra due opposti

L’unione fra anima e corpo, fra spirito e materia, è l’unione fra due elementi diametralmente opposti. L’anima è divina per definizione e trascende tempo e spazio. Il corpo, invece, dipende da essi e ne è soggiogato; qualunque mutamento in questo senso (quali l’età, le circostanze, i luoghi...) influiscono su di esso.

Tuttavia, quando si può constatare su una persona che né l’età, né le esperienze vissute, né le difficoltà affrontate hanno lasciato segni sul suo corpo, è perché la luce dell’anima lo pervade a tal punto che il fisico stesso riesce a portarsi al di là delle proprie limitazioni, godendo dell’eternità e dell’infinità proprie all’anima.

 

È questa la particolare perfezione che la Torà attribuisce a Sarà: la luce della sua anima la illuminava a tal punto da manifestarsi anche nell’aspetto esteriore del suo corpo.

 

Come affrontare le “minacce” esteriori

In generale, quando una persona si trova a dover affrontare un ambiente contrario alla sua fede, a ciò in cui crede e ai suoi valori, essa può adottare tre diversi atteggiamenti per superare difficoltà di questo genere:

a)   vivere pienamente all’interno di questa società e, pur avendo naturale tendenza tendere a lasciarsene influenzare, impegnarsi con la massima risoluzione a resisterle;

b)   allontanarsi e staccarsi drasticamente dall’ambiente, senza così subirne affatto l’influenza negativa;

 

Il problema di questi due approcci è che essi concepiscono a priori l’ambiente come una minaccia per l’uomo, che egli è tenuto ad affrontare con grande forza d’animo oppure con un allontanamento radicale.

V’è tuttavia una terza possibilità:

c)    che la persona stessa irradi l’ambiente circostante di una luce tanto potente, da divenire la figura dominante e maggiormente influente; automaticamente, nulla rappresenta più una minaccia e non rimane più nulla di cui temere.

Il terzo approccio è quindi quello ideale, in cui la società e l’ambiente non rappresentano alcun perciolo per l’uomo, in quanto egli stesso la “forgia” in base ai propri valori.

 

Raccogliere la luce dell’anima

Anche nell’ambito del rapporto fra anima e corpo, si presentano le tre possibilità di cui sopra:

a)   l’uomo affronta le tentazioni e i desideri del corpo con grande forza di volontà, risolutezza e vigore. Le tentazioni indubbiamente lo attraggono, ma la sua volontà gli permette di resistere loro;

b)   egli si stacca da tutto ciò che abbia a che vedere con la materia e con i desideri fisici e si immerge totalmente nello spirito. Il risultato è che né il corpo, né le sue debolezze influiscono su di lui.

Di nuovo, questi due approcci, per quanto lodevoli, presentano delle lacune. In entrambi i casi, infatti, il corpo rimane una realtà staccata dall’anima, per la quale esso rappresenta un pericolo; l’anima deve quindi affrontarlo.

La vera perfezione tuttavia si raggiunge quando l’uomo accresce la propria luce spirituale a tal punto da far sì che il corpo si annulli completamente dinanzi all’anima. In questo caso il corpo diviene il “recipiente”, il contenitore in cui la luce dell’anima viene raccolta, aiutando quest’ultima a realizzare pienamente le sue aspirazioni spirituali.

 

Questa era la particolarità di Sarà: la sua anima irradiava una luce tanto potente da far sì che il suo corpo ne fosse il contenitore. Esso assorbì e assimilò la forza e l’eternità dell’anima, al punto che né il tempo, né lo spazio influissero su di esso o ne intaccassero la grandiosa bellezza.

 

Risulta quindi che la descrizione dell’aspetto esteriore di Sarà era anche lo specchio del suo splendore spirituale e della perfezione delle sue azioni, al punto da renderne il corpo stesso perfettamente bello.

 

(tradotto dal libro “Shulchàn Shabàt”e basato su un discorso del Rebbe di Lubavitch)


[1] Bereshìt Rabbà.

[2] Salmi 37, 18.


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