Wednesday, July 9, 2008

בס"ד


Sole di Ghiv’òn, arrestati!” – disse Yehosh’ùa in piena battaglia.


Yeshoshù’a e i Bené Israèl sono impegnati in una guerra contro la nazione dei ghiv’onìm, che si oppongono al loro ingresso in Eretz Israèl. Perché il popolo ebraico vinca il conflitto è necessario che la giornata duri ancora un po’, che il sole non tramonti e che l’oscurità non cali sul campo di battaglia in un momento tanto cruciale.


Così Yeshoshù’a interviene per arrestare il corso del sole, garantendo la vittoria al suo popolo.

Hashèm potrebbe operare un miracolo molto più semplice e palese allo stesso tempo: far sì che il popolo vinca in quei pochi istanti che rimangono fino al tramonto. Tuttavia, in questo mondo è spesso necessario che anche i più grandi miracoli siano il risultato degli sforzi dell’uomo e del suo impegno. Gli ebrei dovranno combattere in maniera naturale e Hashèm poi interverrà in maniera soprannaturale, interrompendo il corso del sole.


Quel giorno era il 3 tamùz.


Quattordici anni orsono, nella stessa data, il sole della nostra generazione ha interrotto momentaneamente il suo corso.

Il Rebbe di Lubavitch, la guida spirituale e materiale della nostra generazione, si è nascosto dalla vista dei suoi chassidiim e di Am Israèl, lasciando loro il compito di portare a termine il lavoro da lui iniziato e portato avanti, nello sforzo continuo di preparare il mondo alla redenzione finale.


Le reazioni, quel giorno, furono le più disparate: molti di noi non volevano credere che il Rebbe ci avesse lasciato così, senza realizzare la sua promessa di portare Mashìach; altri piansero il Rebbe come si piange per la scomparsa di una persona cara; altri non piansero affatto né si ne sentirono la mancanza. Chi non porta sempre l’orologio al polso, talvolta stenta a rendersi conto del tempo che passa. Il tempo diventa quasi una realtà soggettiva. Eppure il sole si è arrestato.



Noi tuttavia non ci lasciamo scoraggiare.


Qualunque siano state le intenzioni di Hashèm quel giorno – hanistaròt laHshèm Elokenu – ciascuno di noi può rendersi conto che l’attuale situazione del popolo ebraico è alquanto anomala e richiede un intervento tempestivo da parte di tutti.

Dai tempi di Moshè Rabbenu il popolo ebraico non è mai rimasto neppure un giorno senza guida.

Sorge il sole, tramonta il sole, disse re Shlomò. Prima ancora che un sole tramonti ne sorge un altro, per non lasciare mai Am Israèl senza un capo che lo guidi e gli illumini il cammino.


Anche oggi il sole della nostra generazione ci accompagna passo dopo passo. C’è chi lo vede nella vita di tutti i giorni, chi lo vede nelle chiare risposte alle lettere inserite nelle Igrot Kodesh e c’è chi non lo vede.

Ma il Rebbe è ancora con noi, dentro il cuore di ciascuno di noi.

Tzadik deitapattàr ishtakkach bechullehu almin yatir mibechayohi, insegna lo Zohar.

Lo tzaddìk che scompare si trova in questo mondo più di quando non lo fosse quando era in vita.

Se prima era comunque vincolato dal corpo materiale, dopo la sua scomparsa egli è più “libero” che mai. Libero di agire, libero di aiutare, di spingere e di incoraggiare, pur non lasciandosi vedere.


Yaakov Avinu pianse per ventidue anni la scomparsa del figlio Yossèf perché, insegnano i saggi, questi non era morto. Se fosse stato morto, il padre lo avrebbe dimenticato e il dolore si sarebbe alleviato, come succede per natura.


Sono quattordici anni che molti di noi si rifiutano di accettare la scomparsa del Rebbe come una realtà in apparenza priva di significato. Il Rebbe è ancora vivo nel cuore dei suoi figli, che lo hanno amato e lo amano tutt’ora, non meno di prima.


Quattordici anni in cui l’impero dei shlichìm, gli emissari inviati in tutto il mondo per diffondere la Torà e l’ebraismo, si è espanso in maniera vertiginosa, raggiungendo vertici inimmaginabili a livello qualitativo, oltre che quantitativo.

Nuove scuole, nuove istituzioni e nuovi baté chabad si affiancano a quelli già esistenti, provando che il sole splende ancora e con intensità forse ancora maggiore.


Che ciascuno di noi tragga le proprie conclusioni da questi fatti.

La mia è solo una piccola riflessione a riguardo, scritta così, su due piedi, in un giorno che per me è una specie di Yom Kippùr.

Senza penare fisicamente digiunando o astenendomi da qualunque cosa, mi sento comunque in dovere, in un giorno tanto particolare, di fare un piccolo esame di coscienza chiedendomi in che cosa sono cambiata in questo ultimo anno, in che cosa sono migliorata e che cosa ho fatto per avvicinare la gheulà – perlomeno in segno di riconoscimento al Rebbe che ha tanto fatto per me e per tutto il mio popolo, chiedendomi in cambio “soltanto” di rendere il mondo un posto migliore.


Un poco più di tzedakà, di tfilà, di buone azioni, di tehillìm, di meditazione sincera, di tempo trascorso con i bambini e soprattutto un piccolo nuovo impegno da parte mia – questo è ciò che farà di questa giornata un piccolo Yom Kippùr.

Senza colpirmi il petto (ogni cosa a suo tempo), chiederò ad Hashèm di volgere la Sua attenzione a quello che Am Israèl sta facendo di buono e semplicemente di mandare presto Mashiach, perché sicuramente da qualche parte ce lo meritiamo!


A tra poco, a Yerushalayim!


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Appendice, in Omaggio al Rebbe


Il Rebbe di Lubavitch era una guida mondiale, che conquistò ilo mondo con la sua grandiosa personalità, la sua originalità, le sue doti organizzative e la sua visione. Nel contempo, era il Rebbe personale di chiunque venisse a contatto diretto con lui.


Il Rebbe ha insegnato il significato profondo del concetto di messirut nefesh (autosacrifico), che non implica soltanto l’essere pronti a sacrificare la propria vita per Hashèm. La vera messirut nefesh richiede anche di sopraffare del tutto il proprio ego, con la consapevolezza che tutta la nostra esistenza è mirata ad eseguire la volontà di D-o.


Il Rebbe ha creato delle guide. Ha curato la creazione dell’esercito dei shlichìm, trasformandoli da persone comuni a “persone grandiose”, con mete e propositi, leaders di per loro, pronti a dedicare l’intera esistenza al prossimo.


Il Rebbe non era la guida spirituale soltanto dei suoi chassidìm; lo era di tutti, di ciascuno.

(Da הרבי-מבט אישי).


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Il Rebbe era esposto allo sgurado del pubblico ventiquattr’ore al giorno, senza che vi fosse un minuto in cui la sua personalità non emanasse luce.

(Rav Adin Even Israel [Steinzaltz])


Il Rebbe ha preso l’iniziativa spirituale più grande in assoluto: individuare e trovare ciascun ebreo con la forza dell’amore, proprio come era stato perseguitato con la forza dell’odio.

(Prof. Jonathan Sacks, Rabbino Capo del Regno Unito)


Agli occhi del Rebbe, l’unità di Israèl non è uno slogan, un’aspirazione o una promessa; è una realtà.

(Rav Israel Meir Lau, già Rabbino Capo di Israele)


Egli fonde incessantemente la verità più astatta e più eccelsa con l’appello all’azione concreta.

In questa maniera egli unisce tutti gli elementi più disparati del pensiero ebraico.

(Prof. Jonathan Sacks, Rabbino Capo del Regno Unito)


Il Rebbe ha preso la Torà e ci ha insegnato ad assimilarla al nostro interno.

A conciliare la vita ebraica con il più pieno conivolgimento nella società.

(Senatore Joseph Lieberman)


All’epoca in cui coprivo la carica di Primo Ministro, chiunque incontrassi mi chiedeva qualcosa.

Il Rebbe, invece, mi ha dato.

(Primo Ministro Menachem Begin)


Egli sente ciò che ciascuno prova. Egli aiuta ognuno a realizzare l’irrealizzabile. In sua presenza ci si sente più ebrei, ebrei più autentici. In sua presenza, ci si lega al proprio fulcro ebraico interiore.

(Eli Wiesel)


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