Monday, October 6, 2008



BH



I



Tutto cominciò su un aereo Jumbo della British Airways, linea
Londra- New York.







“Mi chiamo Robert”, disse un uomo sulla sessantina, assai
calvo e con il naso pronunciatamente all’insù,
incrociando lo sgurado di reb Yossef. I due avrebbero trascorso molte
ore uno accanto all’altro e tanto valeva ammazzare la noia con
quattro chiacchere. La conversazione prese ben presto una piega
amichevole, finché, alquanto rapidamente, i due uomini
trovarono un punto che li accomunava.


“Vedo
che è ebreo”, disse Robert e reb Yossef annuì.
“Anch’io lo sono, anche se non ho nulla a che fare –
ma proprio nulla – con la religione ebraica”.


Da
quel momento la conversazione si volse verso tematiche filosofiche,
quali la fede e i sentimenti umani.






La
hostess passò fra i passeggeri distribuendo i famosi (o
famigerati) vassoi bollenti del pasto caldo. Reb Yossef notò
immediatamente che quello del suo compagno di viaggio era tutt’altro
che kashèr.


In
cuor suo non se la sentiva di rimanere indifferente e di ignorare il
fatto, anche se non sapeva esattamente come reagire e se reagire.


Alla
fine si fece coraggio e, schiarendosi la gola, si rivolse a Robert:
“Forse non è del tutto corretto da parte mia
intromettermi nei suoi affari, ma... ehm... prima di uscire di casa
mi sono preparato del cibo per il viaggio. Se lo desidera, posso
darle con piacere il mio pasto kashèr e mangiare ciò
che mi sono portato da casa”.


Robert
fissò reb Yossef negli occhi, impugnò la forchetta con
forza e, con un gesto di sfida, la conficcò nella carne che
aveva nel vassoio.


“No!
Le ho già detto che non ho nessun legame con la religione
ebraica e che non mi interessa affatto osservarne le leggi. Ce l’ho
con D-o!”. Poi aggiunse: “Mangio cibo tarèf
perché ce l’ho con Lui!”.


Reb
Yossef interrogò Robert con lo sguardo, in attesa che
continuasse. Senza rendersene conto, questi posò la forchetta
sul vassoio e prese nervosamente a tamburellare con le dita sul piano
estraibile su cui era appoggiato il vassoio, che ormai pareva
interessargli ben poco.


“Ce
l’ho con Lui” proseguì “perché non ha
protetto il mio Itzkel, il mio figlio unico”.


Reb
Yossef capì che Robert serbava un dolore profondo nel cuore,
cui ora dava in qualche modo sfogo. Annuì, in attesa che
l’uomo continuasse il suo racconto.


“Abitavamo
a Lodz, mia moglie, io e il nostro figlio unico di otto anni, Itzkel.
Fino allo scoppio della Shoà conducemmo una vita alquanto
serena, ma poi la situazione precipitò molto rapidamente.
Quando iniziammo a capire la gravità del pericolo che ci
minacciava, era ormai troppo tardi per fuggire. I nazisti ci
rinchiusero nel ghetto.


“Un
giorni i soldati irruppero nel ghetto e fecero uscire un gruppo di
ebrei composto da uomini, donne e bambini. Ci condussero a un grande
campo, fuori città, e ci separarno brutalmente, mettendo gli
uomini da una parte, le donne da un’altra e gli anziani e i
bambini da un’altra ancora. Poi ordinarono a noi uomni di
scavare delle fosse profonde .


“Scavammo
per diverse ore, quando improvvisamente udimmo una serie di spari.
Evidentemente qualcuno aveva tentato la fuga e i soldati spararono
addosso non solo a lui, ma anche a un gruppo di donne e bambini che
si trovava in prossimità. Il mio cuore cessò per un
attimo di battere quando vidi Itzkel accasciarsi al suolo. E quando
corse verso di lui per soccorrerlo, anche mia moglie fu ammazzata sul
posto”.


Robert
tirò un lungo sospiro. Era evidente che il racconto di questa
terribile storia gli costava grandi sforzi e lo rendeva folle di
dolore.


“Ce
l’ho con Lui” ripetè “perché mi ha
portato via Itzkel”.


Reb
Yossef aveva ascoltato attentamente la storia e ne era rimasto
colpito. Ci volle non poco tempo finché il suo compagno di
viaggio si riprese. Reb Yossef tentò delicatamente di
discutere sulla Shoà dalla perspettiva di chi ha fede e crede
nella Provvidenza Divina. Con questa breve e penosa discussione la
conversazione fra i due giunse a termine.






L’aereo
atterrò all’aeroporto JFK della New York e i due
compagni si separarano, ciascuno per la propria strada .







II


Trascorsero
sette mesi, giunse il mese di elùl e si avvicinarono i
giorni del giudizio. Yerushalayim, come ogni anno, si pregnò
di una santità unica, propria solo alla regina delle città.


Fu
proprio in quei giorni che Reb Yossef giunse a Yerushalayim, come
usava ormai da molti anni, per trascorrere i giorni santi nella città
a lui tanto cara. Occupava da anni un posto fisso in una delle
sinagoghe di Katamon, dove partecipava regolarmente alle preghiere di
Rosh Hashanà e di Yom Kippùr.







III






Yom
Kippùr. La profonda serenità mista a grandiosa
riverenza e timore che regnavano a Yerushalayim erano quasi
tangibili. Le vie della città erano immerse nel silenzio, per
una volta del tutto esonerate dal viavai di autobus e vetture. Solo
le preghiere che eccheggiavano dalle sinagoghe rompevano l’incanto,
ricordando agli ebrei, anche ai più lontani, che in quel
giorno le porte del Cielo sono aperte ad accogliere le richieste e le
suppliche di chiunque solo desideri avvicinarsi ad Hashèm.






Nelle
sinagoghe di Katamon, dove si svolge la nostra storia, come ogni anno
si unirono alle preghiere molti “ospiti”, i cosiddetti
ebrei del Kippùr. I loro tallitòt come nuovi,
ancora candidi, con le pieghe ben accentuate, lasciavano intendere
che erano rimasti chiusi per tutto l’anno in chissà
quale armadio.






Dopo
la lettura della Torà, il gabbày della sinagoga
annunciò una pausa di un quarto d’ora prima della
preghiera di Yizkòr1
per consentire anche a coloro che abitavano lontano di giungere in
tempo in sinagoga.






Reb
Yossef si tolse il tallìt e uscì dalla sinagoga
a prendere una boccata d’aria. L’uomo seduto sulla
panchina vicino alla sinagoga non avrebbero attirato la sua
attenzione, se non fosse stato per la sigaretta che fumava con palese
ostentazione. Quando scorse l’ebreo ortodosso, con indosso il
kittel2,
l’uomo mise la sigaretta ben in mostra, con un gesto
provocatorio che non lasciava spazio a equivoci: lo scopo era di
offendere, infastidire, profanare e provocare l’ebreo che gli
passava davanti.


Reb
Yossef quasi lo ignorò proseguendo oltre, quando, come un
fulmine, un’immagine molto chiara gli elettrizzò la
mente. Il volto di quell’uomo gli era ben impresso nella
memoria. Si voltò, lo esaminò per qualche istante e sì,
era proprio Robert.


Senza
pensarci due volte, reb Yossef gli tese le mani e, con una grande
sorriso sulle labbra, lo salutò: “Sholem Aleychem,
Robert!”.


Ora
anche Robert lo aveva riconosciuto. Lanciò una rapida occhiata
di scherno alla sigaretta, poi a reb Yossef, come per dire: “Ebbene,
che cosa’ha da dire su questa?”.


Reb
Yossef ignorò la sfida. “Oggi è Yom Kippùr!
Forse desidera entrare con me in sinagoga, a pregare un po’? È
un giorno speciale, il giorno più santo dell’anno...”.


Erano
le parole che Robert si aspettava. “Gliel’ho già
detto che ce l’ho con Lui e che non voglio averci nulla a che
fare. Da quando ci siamo conosciuti quel giorno, in aereo, Itzkel non
mi è ancora stato restituito...”.


Dalle
parole di Robert traspariva un’ostinazione tipica di chi ha
sofferto profondamente e serba in cuore un rancore profondo.


Reb
Yossef, dal canto suo, non si mosse, profondamente addolorato.
Pensava alle barriere che impedivano a quell’anima ebraica a
congiungersi al Creatore.


“Se
è adirato con D-o, è affare suo”. Reb Yossef ora
tentava di giocarsi un ultimo jolly. “Ora però stiamo
per recitare la preghiera di Yizkor, in cui si commemorano le
anime dei defunti, dei martiri e delle vittime, chiedendo che vengano
rettificate e che godano di eterno riposo. Lei aveva un figlio unico
e inifinitamente caro. Per quarant’anni non lo ha mai ricordato
in nessuna preghiera e forse ora è giunto il momento di
entrare in sinagoga e di recitare lo Yizkòr e la preghiera di
“Kel malé rachamìm” in sua memoria. Solo
una piccola preghiera, per concedergli riposo nei mondi superiori”.


Robert
reagì con un gesto che valeva più di mille parole, ma
l’espressione di disprezzo era ormai svanita. Reb Yossef se ne
rese subito conto e cercò nuovamente di convincere l’amico.
Capì infatti che era in corso una lotta senza quartiere fra la
ragione e i sentimenti più profondi.


Trascorsero
alcuni minuti e Robert, senza dire una parola, si alzò, gettò
la sigaretta e seguì l’amico. In sinagoga, reb Yossef lo
fece accomodare al proprio posto. Poi si diresse verso il chazàn,
che si trovava già sulla tevà, pronto per
riprendere le preghiere. Reb Yossef gli espose brevemente la storia
di Robert: “C’è qui una persona che non ha messo
piede in sinagoga per quarant’anni. Ora ha acconsentito a farlo
per commemorare il suo figlio unico, morto nella Shoà. La
prego, reciti per lui un “Kel malé rachamìm”
particolarmente commovente”.


Il
chazàn annuì, lasciando intendere che avrebbe
provveduto ad accontentarlo. Le preghiere ripresero e il “Kel
malé rachamìm”, recitato dal cantore con tanto
fervore e sentimento, commosse profondamente tutti presenti.



Reb Yossef osservò Robert con la coda dell’occhio.
Visibilmente pallido e sconvolto, teneva con forza il leggìo
sforzandosi di rimanere in piedi. Reb Yossef era lieto di essere
riuscito ad aprire una breccia nelle mura che cingevano il cuore
dell’amico.


Quando
giunse al nome del defunto, il chazàn volse uno sguardo
interrogatorio a Robert, che si affrettò a rispondere:
“Yitzkhak ben Reuven”. Il chazàn chiuse gli
occhi e ripetè ad alta voce: “...l’anima di
Yitzkhak ben Reuven”. Quindi proseguì la preghiera,
quando improvvisamente si interruppe e guardò nuovamente
Robert. Poi continuò fino alla fine.






Al
termine della commemorazione dei defunti, il chazàn
scese dalla tevà e si incamminò con passo deciso
verso Robert. Era visibilmente sconvolto.



“Itzkowitz?”, chiese con un’unica parola.



Robert lo fissò e annuì.






“Papà?!?”
esclamò il chazàn, in tono interrogativo,
incredulo e sicuro allo stesso tempo. Robert si ritrasse di un passo,
fissò il chazàn e fu allora che lo riconobbe.


“Oh,
Itzkel!”, esclamò, prima di perdere i sensi.











IV


Di
questa incredibile storia si parlò a lungo nel quartiere. Come
dopo un sonno lungo decenni, come al risveglio da un sogno
incredibile, ben presto emersero i dettagli della meravigliosa
vicenda. Itzkel raccontò al padre che mentre la madre era
rimasta uccisa sul colpo dagli spari dei soldati tedeschi, lui era
rimasto solo lievemente ferito.






Per
quarant’anni padre e figlio erano rimasti separati e lontani
l’uno dall’altro.


Ora,
nel giorno in cui i figli si ricongiungono a loro Padre, si erano
ritrovati per sempre.











Storia raccontata da rav Yossef Hazan di Manchester



1
Commemorazione dei parenti defunti.




2
Il kittel è un particolare indumento
bianco che si indossa a Yoim Kippùr, per assomigliare agli
angeli




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