I
Lumi dell’Anima
Souvenir della
Serata in Onore
di
Yud
Tet Kislev e Chanukkà
Raanana, 20
Kislèv 5769 (2008)
In
memoria di rav Gavriel e Rivka Holtzberg
e di tutte le sante e
pure
vittime
dell’attentato di Bombay
Indice
Parte Prima 6
Yud Tet Kislèv 6
Breve
Introduzione 6
Riflessioni su Yud Tet
Kislèv 6
Una
Festa per Tutti 6
Una
Novità, ma Non Proprio... 11
Storie su Yud Tet
Kislèv 14
La
Luna Sul Fiume 14
Il
Messaggio in Codice 16
Scintille di Saggezza 21
Parte Seconda 23
Chanukkà 23
Appunti
di Storia 23
L’Eternità
di Israele 23
Sei,
Sette e Otto! 29
Uno
Sguardo all’Eternità 31
La
Luce Interiore 36
Logico? 38
Dieta
di Chanukkà 39
Midràsh su
Chanukkà 41
Le
Figlie del Sommo Sacerdote 41
Halachòt di
Chanukkà 43
Norme
Concernenti l’Accensione 43
Ulteriori
Norme e Usanze 45
Lettere del Rebbe su
Chanukkà 47
Due Storie su Chanukkà 51
Chanukkà
In Una Prigione Russa 51
Scintille di Saggezza 65
Chanukkà,
Olio d’Oliva e Affini 65
Appendice 70
Fonte di Vita 70
Alcune
Considerazioni di Carattere Scientifico sulla Taharàt
Hamishpachà 70
Introduzione
Care amiche,
è con grande
piacere che vi porgo questo piccolo ma prezioso libretto in occasione
della festa organizzata in onore di Yud Tet Kislèv e
Chanukkà dal “Shiur per Italiane di Raanana”
(e Israele).
Questa modesta
pubblicazione è di fatto una raccolta di articoli,
riflessioni, storie, spunti e halachòt concernenti le
due festività menzionate sopra, in gran parte tratti da
diverse pubblicazioni ebraiche italiane (Shabbat Shalòm1,
Pensieri di Torà) e in piccola parte scritti o tradotti
per la prima volta in questa occasione. In appendice ho poi aggiunto
un articolo sulla Taharàt Hamishpachà2..
Quanto riportato di
seguito non è più di un piccolo assaggio di tutto ciò
che si potrebbe dire, raccontare e insegnare. I limiti imposti dal
tempo e dallo spazio mi hanno costretto ad accontentarmi di poco,
nella speranza tuttavia che esso susciti in voi un grande “appetito”
per lo studio della Torà.
Con il profondo
desiderio di rivedervi a Yerushalàyim Habnuyà,
vi auguro un buon anno nello studio della chassidùt e nella
pratica delle sue vie, nonché un felicissimo e
luminosissimo Chanukkà.
Con affetto,
Avigail.
Parte
Prima
Yud Tet Kislèv
Breve
Introduzione
Yud Tet Kislèv è la data in cui si
celebra la liberazione di Rabbi Shneur Zalman di Liady (18 Elùl
1745 - 24 Tevèt 1812) dalla prigionia zarista. Rabbi
Shneur Zalman, noto anche come l’Alter Rebbe, fu uno dei
principali discepoli del Maghid di Mezeritch, a sua volta discepolo
del Bà’al Shem Tov. Fondatore del movimento chassidico
Chabàd Lubavitch, l’Alter Rebbe fu autore del Tanya
e dello Shulkhàn ’Arùkh.
Di lui il Bà’al Shem Tov disse che era
“un’anima del mondo di Atzilùt scesa in
questo mondo per illuminarlo con la profondità della Torà”.
Di seguito potrete leggere alcune riflessioni e
insegnamenti sull’importanza di Yud Tet Kislèv e
sul valore e il significato della chassidùt.
Riflessioni su Yud Tet
Kislèv
Una
Festa per Tutti
Il diciannove di kislèv è una
data importante, un giorno di grande festa, per i chassidìm
Chabàd e per per tutto ‘Am Israèl.
Duecentodieci anni fa, il primo Rebbe di Lubavitch,
Rabbi Shneur Zalman di Liady, fu in questo giorno liberato da una
lunga e amara prigionia nelle carceri delle Russia zarista. Era stato
accusato di “alto tradimento” verso la patria russa
poiché inviava denaro al nemico turco. Di fatto, si trattava
di fondi di tzedakà che egli inviava agli ebrei di
Eretz Israèl come sostegno da parte dei loro fratelli
russi. Poiché allora la Terra Santa era sotto dominio turco,
il suo operato fu considerato dal governo zarista come un pugnale
nella schiena e quindi da punire duramente. Come solo gli ufficiali
dello Zar sapevano fare.
Erano stati i cosiddetti mitnagdìm, gli
oppositori al chassidismo, a denunciare il Rebbe e a “venderlo”
alle autorità. Era volontà di Hashèm che essi
non capissero ancora il valore della chassidùt e la
sua profondà verità. Non era ancora giunto il momento
che ciò accadesse. Essi vedevano nel chassidismo e nei suoi
insegnamenti una minaccia alla sopravvivenza di Israele, invece di
capire che si trattava di ciò che avrebbe di fatto salvato il
popolo ebraico dalle terribili pene dell’esilio e ciò
che gli avrebbe finalmente aperto le porte verso la gheulà,
la Redenzione.
Anche Yossèf, figlio di Ya’akòv, in
qualche giorno della nostra storia fu arrestato e in qualche giorno,
due anni dopo, fu liberato.
Anche altri tzadikìm furono arrestati,
imprigionati, torturati e poi, nel più felice dei casi,
liberati. E così l’Alter Rebbe, uno come tanti.
L’evento dovrebbe quindi essere ricordato o
celebrato dai suoi discendenti e forse anche dai suoi chassidìm.
Ma perché festeggiare la data della sua
liberazione con così tanto entusiasmo? Perché far tanto
rumore e cercare di coinvolgere tutti gli ebrei in questi
festeggiamenti? Sarà, il primo Rebbe dei Lubavitch è
stato liberato. Ben per loro, per i Lubavitch, che festeggino pure.
Ma a noialtri...?
Ebbene, a questa domanda, come a tante altre, la
risposta c’è.
La liberazione dell’Alter Rebbe fu una sorta di OK
dalle alte sfere, una sorta di via libera che avrebbe segnato la
storia del popolo ebraico fino alla venuta di Mashìach.
Le accuse di tradimento erano solo un pretesto con cui
Hashèm scelse di travestire l’arresto e la prigionia del
Rebbe. Tutte gli eventi spirituali che si verificano in questo mondo
devono essere travestiti con un manto di banalità e di
naturalezza. È successo... perché ha fatto... e
quindi...: causa/effetto. Come il miracolo di Purìm.
Tutto perfettamente naturale, in apparenza, ma in realtà molto
miracoloso e spiritualmente grandioso.
In alto, nelle sfere più eccelse, le accuse verso
l’Alter Rebbe erano molto gravi: non è arrivato il
momento di diffondere la chassidùt, il mondo non è
pronto a riceverla, a capirla, ad accoglierla, ad assimilarla e ad
attuarla. E l’Alter Rebbe ne era perfettamente conscio. Egli
stesso aveva spiegato ad uno dei chassidìm il motivo
della malattia del suo maestro, il Maghid di Mezeritch:
«Una pagina su cui erano stati trascritti profondi
insegnamenti chassidici è caduta per terra. Si tratta di un
grande sacrilegio, perché parole tanto sante non possono
essere oggetto di disprezzo. Gli angeli accusatori hanno quindi
"denunciato" il Maghid, che, essendo stato giudicato
colpevole di non aver salvaguardato la chassidùt, ora
paga con la sua grave malattia. Ma il Maghid ha fatto quel che andava
fatto. Egli non doveva rinunciare a diffondere la chassidùt
per il rischio che da qualche parte venisse disprezzata. Se il
figlio del re è gravemente ammalato e l’unica cosa che
lo può salvare è una pozione ricavata dal grandioso
diamante della corona, nessuno penserà due volte a togliere la
pietra della corona, a tritarla e a farla bere al bambino perché
guarisca. Anche a costo che solo una piccola goccia gli entri in
bocca. Perché se lui morisse, né la pietra né la
corona avrebbero più motivo di esistere».
Sarà, una pagina è caduta per terra, altre
sarebbero state strappate dai mitnagdìm, altre ancora
sarebbero state oggetto di disprezzo. Ma se una goccia di chassidùt
entrerà nella bocca di ‘Am Israèl,
che ne ha così tanto bisogno, allora vale la pena tutto.
Anche l’Alter Rebbe, come il Maghid, era stato
colpevole di aver diffuso ciò che fino ad allora era stato
esclusiva di pochi cabalisti e studiosi privilegiati. Di aver
regalato al popolino tesori che forse non sempre avrebbe potuto
apprezzare. Ma ne valeva la pena, anche a costo di pagare stando
dietro le terribili sbarre dello Zar.
Il diciannove di kislèv gli fu dato
l’OK. Lassù erano finalmente tutti giunti a un accordo.
Lasciatelo fare. Ora il mondo è pronto. E se non lo è,
sapranno lui e i suoi successori far sì che lo sia. Sapranno
loro come dare ad ‘Am Israèl la luce di cui ha
tanto bisogno in questo amaro galùt.
Per questo motivo Yud Tet Kislèv non è
una festa esclusivamente per i chassidìm Chabàd.
È la festa di tutto ‘Am Israèl, anche di
chi non lo so ancora. È il giorno in cui si celebra la
diffusione degli insegnamenti della chassidùt in scala
enorme. La prigionia e la liberazione dell’Alter Rebbe
rappresentano quindi una grande svolta.
Creando il movimento Chabàd, l’Alter Rebbe
affermò esplicitamente che la sua intenzione non era di
fondare un “partito”, una setta o una comunità a
parte. Il suo intento era di portare alla rivelazione della luce
spirituale a tutto il popolo di Israèl. La sua prigionia e la
sua liberazione non erano quindi eventi di portata personale, ma
riguardavano e riguardano tuttora tutti noi.
La chassidùt è parte integrante
della Torà, diffusa allo scopo di portare Mashìach e la
Redenzione al mondo. Così come nelle diverse epoche della
nostra storia era giunto il momento di pubblicare la Mishnà o
il Talmùd, le opere dei rishonìm o gli scritti
dell’Arì Zal – è giunto anche il momento di
lasciare che la luce di Mashìach illumini il mondo e di
gustare le delizie dei segreti della Torà, che verranno
rivelate pienamente da Mashìach stesso.
La chassidùt è un tesoro che spetta
a ciascun ebreo, da quello semplice al genio della Torà, dagli
eruditi agli ignoranti. Essa fa vivere l’anima, disseta la
mente e la bagna di abbondante conoscenza della saggezza di Hashèm
e di amore per Lui; colma l’uomo di vera e profonda felicità
e gli infonde l’entusiasmo che deve accompagnare ogni sua
mitzvà, ogni istante della sua vita.
La chassidùt è la vitalità
interiore della Torà.
Una
Novità, ma Non Proprio...
Da quando è nata la chassidùt,
ebrei e non ebrei, osservanti e non (e talvolta persino gli chassidìm
stessi) si pongono la stessa domanda: quale cambiamento sostanziale
ha apportato la chassidùt all’ebraismo e al
mondo? La Torà infatti è rimasta la stessa Torà,
le mitzvòt sono sempre le medesime; persino i
cambiamenti a livello delle piccole usanze operati dalla chassidùt
sono basati su fonti antichissime. D’altro canto, è
indubbio che la nascita della chassidùt sia stata una
vera rivoluzione; essa ha infuso un nuovo spirito nella vita ebraica,
al punto da influire forse inconsciamente persino su coloro che sono
dichiaratamente non chassidìm.
In una lettera scritta in occasione del diciannove
kislèv, il Rebbe Rashàb, Rabbi Shalom Ber di
Lubavitch, illustra con due sole parole l’essenza della
chassidùt. Egli scrive che il diciannove kislèv,
giorno “dell’esplosione” del pensiero e del
movimento chassidico “ci sono state date la luce e la
vitalità della nostra anima”. Queste due parole –
luce e vitalità – riassumono l’intero significato
della chassidùt.
Che
Genere di Cambiamento?
Qual è la differenza fra quando una stanza è
buia e quando è illuminata? A livello degli oggetti che si
trovano in essa tutto rimane invariato. La luce non crea nuove realtà
e nulla aggiunge a ciò che si trovava già nella stanza.
D’altro canto, non si può negare che la differenza c’è
ed è sostanziale: quando la stanza è buia, gli oggetti
sono privi di senso, è difficile coglierne il vero valore e
anziché farne un uso proprio e utile si rischia di
inciamparvi, di danneggiarli e persino di farsi male.
Così è anche per la vitalità: lo
spirito vitale non aggiunge nulla all’essenza stessa del corpo:
gli arti sono gli stessi arti, gli organi rimangono anch’essi
gli stessi organi. Ma è ovvio che il corpo può giacere
come un minerale, senza valore e importanza, e può anche
diventare una creatura viva, rigogliosa, piena di energia e forza.
Tutto dipende dalla vitalità.
Questi due concetti – luce e vitalità
– spiegano come si possa cambiare lo stato delle cose da un
estremo all’altro, senza dover aggiungere nulla alla loro
essenza. Lo stesso oggetto, lo stesso corpo, può essere quindi
vivo e luminoso o al contrario cupo e morto.
Non
si può Farne a Meno
La chassidùt, nella sua vera essenza, è
luce ed è vitalità. La sua definizione
più diffusa è quella di profondità della
Torà, anima della Torà. Essa vi riversa una luce
nuova e rende ancor più vive e rigogliose le sue mitzvòt.
La Torà è la stessa Torà, le
mitzvòt sono le stesse mitzvòt, ma con la
chassidùt esse irradiano luce e vita. Con l’avvento
della chassidùt, infatti, molti studiosi iniziarono a
concepire in maniera diversa la Torà e a osservarne i precetti
con calore, energia e gioia. La routine e l’abitudine hanno
così lasciato il posto a un’ondata di vita interiore che
ha colmato l’esistenza ebraica.
La chassidùt porta un messaggio che sembra
contrastante, contraddittorio. Studiandola, risulta chiaro che le sue
radici affondano nel Talmùd, nei midrashìm,
nelle opere dei grandi pensatori e filosofi ebraici, nei libri di
Cabalà e così via, come se tutto fosse già
stato detto e scritto. Ma l’approccio e la maniera di spiegare
i concetti rivelano un mondo totalmente nuovo, nuove profondità,
nuova chiarezza e nuovi legami fra tutti i campi della Torà.
Grazie alle spiegazioni della chassidùt, ogni concetto,
ogni argomento, acquisisce un nuovo status; essa illumina e rende
viva la Torà, proiettandone gli insegnamenti in una dimensione
totalmente nuova.
Ci si può quindi chiedere che cosa ne fosse dello
studio della Torà prima dell’avvento della
chassidùt: si brancolava forse nel buio? Non si
capivano forse gli insegnamenti della Torà? Si aveva forse una
visione distorta della realtà spirituale ebraica?
Si viveva semplicemente come prima che venissero redatte
la Mishnà, la Ghemarà e le altre grandi
opere di pensiero e legislative: a quel tempo gli studiosi erano in
grado di dedurre i medesimi insegnamenti semplicemente dai versetti
della Torà. Nel corso delle generazioni però sono sorte
nuove necessità, il mondo è cambiato e l’ebreo ha
progressivamente perduto la facoltà di trarre le stesse
conclusioni dai soli testi studiati dal padre. In risposta alla
crescente debolezza spirituale che ha colpito nei secoli il popolo
ebraico, sono nate opere “nuove” e pensieri “innovativi”,
che nella loro essenza in realtà non hanno nulla di nuovo,
giacché tutto fu insegnato a Moshé sul monte Sinày.
Prima della nascita della chassidùt,
quindi, gli ebrei sapevano trarre dalla Torà e dalle mitzvòt
stesse la loro luce e la loro profondità.
Ora, però, che la chassidùt è
stata rivelata per volontà divina in risposta alle necessità
delle nostre generazioni, non è più possibile
raggiungere la stessa perfezione nello studio della Torà e
nell’osservanza delle mitzvòt senza la luce e la
vitalità che essa ci dona con i suoi insegnamenti.
Novità o non novità, di certo comunque
oggi non se ne può fare a meno.
Storie su Yud Tet Kislèv
La
Luna Sul Fiume
Dopo il suo arresto, rabbi Shneur Zalman fu
immediatamente scortato nelle celle segrete della temuta fortezza
Pietropaolo, a San Pietroburgo, dove avrebbe trascorso più di
sette settimane, fino alla miracolosa liberazione del giorno Yud
Tet (19) Kislèv del 1798. Per le prime tre
settimane fu detenuto nelle dure condizioni riservate a coloro che
venivano accusati di ribellione contro lo Zar. L’accusa era
semplice: il Rebbe veniva accusato principalmente di aver raccolto
fondi per il nemico giurato della Russia, ovvero il sultano turco (in
realtà, aveva raccolto denaro con i bossoli del fondo di Rabbi
Meir Ba’al Haness a sostegno dei chassidìm della
Terra Santa, che allora era sotto il dominio turco).
Gli interrogatori non avvenivano nella sede del carcere,
ma nel quartiere generale del Tainy Soviet, il Concilio
Segreto, sull’altra sponda del fiume Neva; per ogni
interrogatorio il Rebbe doveva essere portato con un battello.
In una di queste occasioni, il Rebbe chiese al
funzionario non ebreo che lo accompagnava di arrestare
l’imbarcazione, affinché potesse alzarsi a recitare il
Kidùsh Levanà, la preghiera che si recita sulla
luna nuova. Quando il funzionario rifiutò, il Rebbe disse: «Se
lo voglio, posso fermare la barca io stesso». E in effetti,
quando l’uomo rifiutò ancora di fargli questa cortesia,
la barca si fermò nel bel mezzo del fiume. Allora il Rebbe
recitò i versetti del Salmo 148 che si dicono prima della
benedizione sulla luna, ma non pronunciò la benedizione
stessa. Il conducente si rese conto che stavano agendo delle forze
inconsuete, e pregò il Rebbe di liberare l’imbarcazione,
che proseguì allora il suo viaggio.
Quando il Rebbe chiese nuovamente al funzionario di
fermare la barca, quest’ultimo chiese: «Che cosa mi dai
in cambio di questo favore?». In risposta, rabbi Shneur Zalman
gli propose una benedizione. L’uomo gliela chiese per iscritto,
e il Rebbe la annotò su un biglietto, di suo pugno.
Anni dopo…
Anni dopo, quando quel funzionario, ottenuta una
posizione di maggior potere, si godeva la vecchiaia tra onori e
prosperità, fece tesoro di quel biglietto, conservandolo
sottovetro in una cornice di oro massiccio. Rabbi Dov Ze’ev,
che prima di essere nominato rabbino della comunità chassidica
di Yekaterinoslav, viveva a Stradov, dove insegnava il pensiero
chassidico e guidava i suoi fratelli all’osservanza della Torà.
Egli aveva sentito dire da un anziano chassìd che non
lontano da Stradov abitava un nobile, figlio del funzionario che
aveva ricevuto la benedizione scritta da rabbi Shneur Zalman, sul
fiume Neva. Anche il figlio conservava con riguardo il biglietto
nella cornice. Sentendo questa storia, rabbi Dov Ze’ev si prese
l’impegno di ritrovare quel nobile, e riuscì quindi a
vedere il biglietto.
Nel giorno di Yud Tet Kislèv di un
determinato anno il chassìd narrò questo
episodio e aggiunse che, da ragazzo, gli era rimasta una domanda
senza risposta. Avendo già arrestato la barca, perché
il Rebbe non aveva recitato anche la benedizione, in modo da non
dover poi dipendere dal favore del gentile? Con l’avanzare
degli anni, inoltrandosi nel pensiero chassidico in maniera più
approfondita, comprese che era in gioco una questione di principio.
Il Rebbe era stato costretto ad agire in quel modo perché una
mitzvà può essere compiuta solo quando si
raggiunge attraverso vie terrene, e non quando avviene grazie a
miracoli sovrannaturali...
Il
Messaggio in Codice
Fra gli anni sessanta e gli anni ottanta, rav Pinchas
Teitz di Elizabeth, nel New Jersey, si recò per ben ventidue
volte in Russia. Grazie a buoni contatti con alcuni esponenti del
governo, che avevano molta fiducia in lui, persino negli anni del
maggior “splendore” dell’impero comunista e della
sua polizia segreta riuscì a procurarsi regolari permessi per
oltrepassare la cortina di ferro. Tuttavia, spesso sfruttava i suoi
viaggi per introdurre segretamente nel paese beni preziosi, quali
libri di preghiera e tefillìn, da consegnare agli ebrei
oppressi dalla politica sovietica.
Benché fosse nato e cresciuto in Lituania ed
educato nelle sue yeshivòt, a quell’epoca era
impossibile operare nella vita ebraica dell’Unione Sovietica
senza essere coinvolti nelle attività dei chassidìm
Chabàd, che consacravano la vita alla sua salvaguardia e al
suo sviluppo. Fu così che più volte meritò di
portare oggetti dal Rebbe di Lubavitch ai suoi chassidìm
in Russia e viceversa.
Un’estate, mentre stava organizzando uno dei suoi
viaggi, un rappresentante del Rebbe venne a casa sua per portargli un
pacco di libri di preghiera, dei chumashìm e diverse
paia di tefillìn. La cosa non lo stupì affatto:
era già abituato a questo genere di missioni e la visita di un
incaricato del Rebbe con il solito pacco non era una novità.
Ma questa volta l’ospite lo sorprese perché
gli consegnò un piccolo volume del Tanya, l’opera
fondamentale degli insegnamenti di Chabàd, dicendo che
il Rebbe gli chiedeva di portarlo sempre con sé quando si
fosse trovato in Russia, ma senza precisare a chi dovesse
consegnarlo.
«Ero stupito – raccontò poi rav
Teitz. – andarmene in giro con una copia del Tanya fra i
miei bagagli? E tenerla sempre indosso per tutto il viaggio? In
Russia poi! Mi sembrava inutilmente pericoloso. Il KGB sapeva molto
bene che cos’è il Tanya: quale scusa plausibile
avrei potuto inventare se mai fossi stato interrogato?».
Decise comunque di prenderlo. Il Rebbe sicuramente aveva
un buon motivo per fargli una richiesta tanto insolita.
“Rapito”
all’improvviso
Al terzo giorno della sua permanenza a Mosca, di sera,
mentre stava tornando al suo albergo dal Tempio Maggiore dopo la
preghiera serale, due giovani gli si avvicinarono mentre percorreva
una viuzza laterale, lo afferrarono per le braccia e lo costrinsero a
introdursi rapidamente in una macchina parcheggiata nei paraggi. Il
rabbino, colto di sorpresa, si spaventò molto. Erano degli
ufficiali del KGB? Si trattava di un rapimento?
Presto però i suoi timori si dissiparono, perché
i due aggressori risultarono essere chassidìm Chabàd.
Si scusarono anzi con lui per il trattamento rozzo che gli avevano
riservato, spiegando che quello era l’unico modo per condurlo
al sicuro in una casa e parlargli senza destare sospetti. Avevano
bisogno infatti di discutere con lui di questioni di estrema urgenza.
Solo una volta giunti a destinazione, i due si
presentarono. Dissero a rav Teitz che avevano indagato a fondo sul
suo conto e scoperto che era una persona affidabile. Ciò che
volevano da lui era che trasmettesse un loro messaggio al Rebbe. Si
vedevano costretti infatti a prendere decisioni importantissime per
cui necessitavano del parere dello tzadìk; il tempo
stringeva e non potevano aspettare l’arrivo di un messaggero
ufficiale.
Il più anziano dei due spiegò che aveva
scoperto di recente che il KGB stava spiando ogni suo passo. Voleva
quindi sapere se il Rebbe pensava che dovesse lasciare Mosca e
trasferirsi in un’altra città o se dovesse rimanere
malgrado l’ovvio pericolo, per proseguire nelle sue importanti
attività ebraiche clandestine di cui il Rebbe era a
conoscenza.
Il secondo voleva invece il consiglio del Rebbe riguardo
alla richiesta di un visto di emigrazione in Israele; negli ultimi
tempi il governo ne aveva rilasciato un buon numero. D’altro
canto, aveva un ottimo posto di lavoro come ingegnere di alto grado,
che avrebbe perso al momento in cui avrebbe presentato la richiesta
di espatrio. Se poi questa gli fosse stata rifiutata sarebbe rimasto
del tutto privo di mezzi di sussistenza.
Rav Teitz fu commosso dall’incontro e soprattutto
dalla tenace devozione dei due chassidìm. Promise di
ricordare a memoria i loro nomi, i nomi delle madri e le domande da
comunicare al Rebbe, poiché sarebbe stato troppo rischioso
annotarli su un biglietto.
Che
sorpresa…
L’incontro si protrasse in un’interessante
conversazione che mise in luce quanto diverse fossero le loro vite.
Tra una cosa e l’altra, rav Teitz menzionò che poco
prima della sua partenza il Rebbe gli aveva dato una copia del Tanya
da portare con sé a Mosca, senza precisare purtroppo che cosa
dovesse farne.
I due spalancarono gli occhi: «Lei intende dire
che possiede un Tanya consegnatole dal Rebbe? Ora? Qui?»
chiesero con entusiasmo.
Rav Teitz estrasse in silenzio il Tanya dalla
tasca del cappotto e glielo mostrò. I due giovani quasi glielo
strapparono di mano, esaminandolo da tutte le parti. Erano
profondamente commossi, felici di toccare un libro che meno di una
settimana prima era stato nelle mani del Rebbe....
In pochi minuti risultò chiaro che c’era
anche qualcosa di più in quel misterioso Tanya:
sfogliando il piccolo volume, uno dei ragazzi emise un grido di
stupore. Troppo emozionato per parlare, indicò ciò che
aveva rivelato la loro intensa osservazione del libro: un angolino di
una delle pagine era stato leggermente piegato, come si fa in
mancanza di un segnalibro.
Aprirono la pagina (kuf samech bet nell’edizione
standard) e furono fulminati dalle sue prime parole:
[…] ha grandissima urgenza
e trova del tutto impossibile rimandare...
«Eccola, ecco la mia risposta dal Rebbe!»
esclamò il chassìd, tremante di emozione. «Il
Rebbe mi sta dicendo di affrettarmi a lasciare questo posto!».
Il suo amico quindi prese rapidamente il libro e lo
esaminò attentamente, nella speranza di trovare un’altra
pagina con un segno. E la trovò. Questa volta furono
necessarie soltanto due parole in ebraico (pag. lamed chet):
[…] entrare nel Paese
[d’Israele]
«E questa è la mia risposta! –
gridò il giovane. – Devo subito presentare la richiesta
di emigrazione...!».
«Fino ad oggi» raccontò rav Teitz a
rav Aharon Dov Halperin, il redattore capo della rivista Kfar
Chabad, nel corso di un’intervista «ogni volta che
studio questo libro o gli do soltanto un’occhiata, mi ricordo
di questo episodio e mi commuovo come quel giorno!».
Rav Teitz raccomandò però ad Halperin di
non pubblicare la storia per non danneggiare i suoi rapporti con i
suoi preziosi contatti in Russia e non alterare la fiducia che il
governo nutriva per lui. Rav Halperin si limitò quindi a
trascrivere la storia e ne consegnò il testo al Rebbe il 17 av
1984, per ricevere una risposta il giorno stesso:
«Sono lieto di riceverla, ma chiedo assolutamente
che non la si pubblichi in alcuna forma per il momento».
Per più di dieci anni la vicenda fu mantenuta in
segreto, ma fu pubblicata immediatamente dopo la scomparsa di rav
Teitz, nel ’95.
Nota
Biografia
Rav Mordechai Pinchas Teitz (1909?-1995) fu
l’amata e rispettata guida della comunità ebraica di
Elizabeth, nel New Jersey, per diversi decenni. Oltre che studioso,
educatore e pioniere dell’uso della tecnologia moderna per la
diffusione della Torà, da dietro le quinte fu anche un
instancabile attivista in favore dell’ebraismo russo. Di
recente è anche stata pubblicata una sua biografia intitolata
“Learn Torah, Love Torah, Live Torah”.
Scintille di Saggezza
sulla
Chassidùt
• La chassidùt è vitalità.
Essa infonde vitalità e illumina ogni cosa, anche ciò
che non è buono. La chassidùt consente all’uomo
di vedere il male che ha in sé così com’è
al fine di correggerlo (Hayòm Yom).
• La chassidùt apre le porte della
saggezza e dell’intelligenza, consentendo di conoscere Hashèm
per mezzo della mente. La chassidùt risveglia i
sentimenti del cuore, facendo sì che esso si faccia
influenzare dalla conoscenza raggiunta dalla mente. La chassidùt
indica la via che ciascuno, a seconda del proprio livello, può
percorrere, servendo Hashèm con la mente e con il cuore
(ibid.)
• Gli insegnamenti chassidici aprono le porte
dell’intelligenza e consentono di comprendere i concetti più
profondi in maniera concreta. Bisogna soltanto desiderarlo veramente
e veramente impegnarsi in questo senso. Perché la verità
è la chiave che apre tutte le porte della conoscenza (Likkuté
Dibburìm).
• L’unico scopo della chassidùt
è di portarci a servire Hashèm e di illuminare
l’oscurità in cui è immerso il mondo. I nostri
santi Rebbe non ci richiedono di essere sapienti e saggi. Ci
richiedono di essere “devoti” servitori di Hashèm,
con tutto il cuore (Rebbe Rayàtz).
Parte
Seconda
Chanukkà
Appunti
di Storia
Il 25 di kislév dell’anno 3622 i
maccabei liberarono il Tempio a Gerusalemme dopo aver sopraffatto
numerosi attacchi dell’esercito greco-siriano, sotto il comando
del re Antioco IV, il quale aveva cercato di sradicare le credenze e
l’osservanza della religione ebraica del popolo d’Israele.
Gli ebrei ripararono, pulirono e riconsacrarono il
Tempio al servizio Divino. Tutti i sigilli apposti sulle scorte
d’olio d’oliva puro erano stati rotti e quindi resi
impuri dagli invasori; quando gli ebrei vollero accendere la Menorà,
trovarono soltanto una piccola ampolla sigillata d’olio d’oliva
puro, sufficiente per un giorno solo.
Miracolosamente l’olio durò otto giorni, il
tempo necessario per produrne dell’altro.
In ricordo di questo miracolo i saggi istituirono la
festività di Chanukkà. Ogni sera per otto giorni
si accendono i lumi, per ricordare e pubblicizzare il miracolo.
L’Eternità
di Israele
Per tutti gli ebrei, ovunque essi vivano, Chanukkà
è la prova dell’eternità di Israele e della
verità delle promesse divine.
Dice il versetto (Shmuèl I 15, 29):
Nètzach Israel lo yeshakèr-L’etero di
Israele non mentirà, cioè la scelta di Israele come
popolo di Hashèm non è temporanea ma eterna. Nètzach
significa anche “vittoria”, quindi il versetto può
essere tradotto come: La vittoria di Israele non mente. La
vittoria di cui facciamo memoria a Chanukkà non è
una falsa vittoria, come quelle di certi stati o popoli che si sono
ribellati ad altri, per poi a loro volta fondare sistemi di governo
ancora più repressivi e violenti dei precedenti.
Libertà
e Indipendenza: i Beni più Preziosi
La festa di Chanukkà presenta una
particolarità degna di attenzione: si tratta, infatti,
dell’unica festa durante la quale gli ebrei sono tenuti a
rendere noto al mondo ciò che è avvenuto. Mentre le
altre celebrazioni del calendario religioso ebraico sono qualcosa di
privato, che riguardano soprattutto il rapporto tra Israele e Hashèm,
a Chanukkà occorre far sapere al mondo intero che la
libertà e l’indipendenza sono il più
prezioso dei beni, che Hashèm aiuta gli oppressi, sostenendo
la causa dei piccoli soffocati dai grandi e la lotta del bene contro
il male.
La radice Chanukkà, da cui derivano
Chanukkà e chinnùkh (educazione),
significa però anche educare: di qui il senso
dell’accendere la Chanukkià (il candelabro a nove
bracci) in modo che sia visibile anche dagli altri, vicino alla
finestra oppure, come fanno alcuni, in un’apposita teca di
vetro posta in strada, vicino alla porta. L’accensione va
effettuata “prima che cessino i movimenti di persone nel
mercato”, cioè quando c’è ancora gente
per strada. E da parecchi anni ormai, su iniziativa del Rebbe di
Lubavitch, anche nelle piazze centrali di importanti città del
mondo viene accesa una grande Chanukkià che rimane
esposta per tutta la durata degli otto giorni di festa, a riprova
della necessità di far giungere la luce il più lontano
possibile e di dare il massimo rilievo ai miracoli di Chanukkà.
La
Luce
Tuttavia, anche lo Shabbat e il Bet Hamikdash
emanano luce. Vi è forse un comune denominatore con i lumi di
Chanukkà? Il Talmud afferma: “Non c’è
luce oltre a quella Torà, come è detto: una mitzvà
è un lume e Torà è la luce”. Le luci
dello Shabbat, del Bet Hamikdash e di Chanukkà
rappresentano la Torà. Esistono tuttavia delle differenze fra
di loro.
Quando una persona apprende la Torà per conoscere
la halachà ed eseguire le mitzvot, è la
Torà che porta la pace nel mondo. Questo corrisponde alle luci
dello Shabbat che hanno lo scopo di garantire la pace nel focolaio
ebraico.
Quando tramite lo studio della Torà un ebreo si
lega da Hashèm è come se risplendessero le luci del
Bet-Hamikdash a testimonianza che la Shechinà
risiede su Israele.
Esiste però un livello ancora più elevato
dello studio della Torà, quello che si raggiunge quando si
studia la Torà prer scopi eccelsi e non per altri fini,
neppure di sapere come comportarsi. Questa Torà è unita
alla vera essenza di Hashèm e corrisponde all’illuminazione
di Chanukkà.
Miracoli
di Chanukkà
I miracoli di Chanukkà riguardano sia la
Menorà del Tempio di Gerusalemme, sia la vittoria
militare vera e propria contro il giogo ellenico. Nel primo caso
emerge il ritrovamento dell’ampolla contenente l’olio
puro, portante il sigillo del Cohèn Gadòl e il
fatto che, nonostante fosse sufficiente per un solo giorno, l’olio
durò otto giorni. Nel secondo caso si pone l’enfasi
sulla vittoria di uno sparuto gruppo di guerrieri contro un esercito
militarmente più forte e preparato e il fatto che il nucleo
dei combattenti vittoriosi, i chashmonaìm, fosse
costituito da cohanìm (sacerdoti), che secondo la
tradizione ebraica sono estranei alle arti della guerra.
Olio:
Simbolo dell’Anima
I dominatori greci avevano dissacrato tutto ciò
su cui avevano potuto mettere le mani, ma non erano arrivati ovunque:
in un angolo remoto dei sotterranei del Tempio fu rinvenuta
un’ampolla intatta. Secondo la Cabalà l’olio
è il simbolo dell’anima. Come in natura l’olio è
la quintessenza della pianta o del frutto che lo contiene,
conservandone nel suo aroma e nel suo sapore tutte le proprietà
essenziali, così anche l’anima è la quintessenza
della persona. Così come l’olio può accendersi e
dar luce, anche l’anima è il luogo dove la luce della
consapevolezza è concentrata e nascosta.
In ebraico “anima” si dice neshamà
(Nun - Shin - Mem - Hey), dalla radice nasham (respirare).
Una permutazione di queste lettere dà origine alla parola
shemen (Shin - Mem - Nun), ossia “olio”.
Un’altra permutazione delle lettere della parola neshamà
(anima) dà luogo alla parola shmone (otto); l’olio
infatti continuò ad ardere per otto giorni, durata della
festività di Chanukkà.
L’ampolla d’olio integra, trovata nei
sotterranei del Tempio, rappresenta la fedeltà che gli ebrei
avevano mantenuto alla conoscenza interiore e profonda della Torà.
La vera forza e vitalità di ogni cultura, con la sua religione
e spiritualità, giace nel segreto dell’unione tra la sua
parte interiore (mistica e simbolica) e la sua parte esteriore
(legale, rituale e teologica), tra la sua anima e il suo corpo, tra
la parte maschile e quella femminile.
Tale unione non esisteva più nella cultura greca.
Da una parte essa annoverava i filosofi più illustri, i primi
scienziati e medici degni di questo nome. Dall’altra la
religione era appannaggio solo del popolino, e veniva derisa dai
filosofi e dai sapienti, che non ponevano certo la loro fiducia negli
dei dell’Olimpo. Infine, i depositari della conoscenza
esoterica, dei misteri eleusini, dei segreti pitagorici, erano una
minoranza nascosta, che non riusciva a influenzare lo sviluppo del
pensiero dominante.
Non era questo il caso del popolo di Israele, la cui
Torà, “insegnamento”, si basa su un legame
inscindibile tra parte interna e segreta (nistàr) e
parte esteriore e rivelata (niglè).
Non tutto il popolo ebraico era rimasto fedele alla
Torà, anzi, in grande misura aveva risentito della tremenda
forza di attrazione della cultura ellenica, conformandosi ai suoi
dettami. Tale assimilazione però era solo superficiale. Nei
sotterranei del Tempio l’olio era rimasto puro, ad indicare che
la connessione col senso profondo ed eterno della Torà non si
era persa e, difatti, al momento opportuno fu ritrovata.
Il secondo miracolo è legato al numero “otto”.
Esso simboleggia il superamento della dimensione del tempo e
l’entrata nell’infinito. La luce di Chanukkà,
pur durando soltanto otto giorni, rimane accesa per sempre. I saggi
fanno notare come, tra tutti i culti del Tempio, l’unico
rimasto oggi, duemila anni dopo la sua distruzione, è proprio
quello dell’accensione delle candele di Chanukkà,
che riporta ai nostri occhi la luce della Menorà, al di
là di ogni barriera spazio-temporale.
Dualità
tra Forza Militare e Spiritualità
La vittoria militare indica come la dualità tra
forza politica e spiritualità, tra potere militare e potere
morale non sia un ostacolo insuperabile. Gli onesti e i buoni sono
sempre stati i più deboli, la minoranza perseguitata. Uno dei
motivi che spinge la gente ad abbandonare i comportamenti morali ed
etici sta nel fatto che essi non siano sufficientemente “proficui”,
mentre invece la sopraffazione e il raggiro si dimostrano alquanto
potenti. Ma non si tratta di una realtà ineluttabile: Hashèm
è in grado di “consegnare i forti nelle mani dei
deboli, i più nelle mani dei pochi, gli impuri nelle mani dei
puri, i malvagi nelle mani dei giusti” (preghiera di ‘Al
Hanissìm). La luce di Chanukkà, dunque, per
commemorare una vittoria eterna e per spronarci a non abbandonare la
fede e la speranza. Chanukkà è il momento in cui
si capisce che anche se non si è pronti; ci insegna che anche
se si ha olio solo per un giorno non ci si può esimere dal
cominciare. Anche se Israele dovette di nuovo piegare il capo sotto
l’amarezza dell’esilio, anche se lo stesso paganesimo di
allora è riproposto oggi dalla cultura dominante, la vittoria
della luce della Torà è eterna e la verità non
tarderà a rivelarsi agli occhi di tutti.
Sei,
Sette e Otto!
Non è casuale che il miracolo manifesto di
Chanukkà, l’accensione della Menorà,
sia durato otto giorni. La Torà ci narra che Hashèm
creò il mondo in sei giorni e cessò di operare al
settimo, Shabbat. Si può quindi affermare che il numero sei
rappresenta il mondo naturale creato in sei giorni (il tempo), con le
sei direzioni spaziali (est-ovest, nord-sud, sopra-sotto). Il numero
sette rappresenta l’immanenza divina, la presenza
nascosta del divino nel cuore di questo mondo e al centro di esso. In
altri termini, il Sette costituisce l’anima stessa del Sei, che
permea ed istilla di santità (trascendente), elevandola alla
perfezione. Il numero successivo, otto, rappresenta la
trascendenza al disopra e oltre a questo mondo. Come tutti i
miracoli, Chanukkà si verificò al livello di
“otto”, ovvero di ciò che trascende la legge
naturale. Tuttavia, essendo l’ultimo miracolo di questo genere
fino all’arrivo del Mashìach, Chanukkà
ha dovuto “emanare” l’Otto, rappresentandolo in
modo unico e speciale.
Il
segreto dell’Otto
In ebraico, il termine Shmonà (otto) è
formato esattamente dalle stesse lettere di hashemen (l’olio),
neshamà (anima) e mishnà (insegnamenti
tramandati). Come riporta il Talmùd, i greco-siriani si erano
introdotti nel Tempio e ne avevano profanato tutto l’olio.
Questo olio rappresenta il livello più profondo dell’anima
ebraica, il potenziale che l’ebreo ha di risvegliarsi dalla più
profonda sofferenza dell’esilio, di venire alla vita anche (e,
forse, in modo particolare) nelle circostanze più difficili,
esattamente come avviene con l’estrazione dell’olio: più
si spreme l’oliva, più olio esce. Fu ritrovata solo
un’ampolla di olio puro con il sigillo intatto del Cohèn
Gadòl (il Sommo Sacerdote), l’ebreo più
santo, che rappresentava il livello dell’Otto con gli otto
particolari indumenti che indossava quando prestava culto nel Tempio.
Il siddùr ci dice che furono Mattityàhu
Chashmonaì e i suoi figli a incitare gli ebrei a difendere la
Torà e a combattere contro i greci. Il nome Chashmonaì
è composto dalla lettera chet, l’ottava
lettera dell’alfabeto ebraico, seguita dalla parola “olio”,
ovvero shémen: quindi, la famiglia cha-shemonai
racchiudeva in sé il potere dell’Otto.
L’Otto ci invita a elevarci dalle limitazioni
spazio-temporali, a vedere attraverso un mondo che nasconde il divino
e minaccia di opprimere le nostre anime nella materialità.
L’Otto ci esorta a vedere miracoli nell’ordine della
natura, negli eventi confusi delle nostre vite individuali e
collettive, nei percorsi nascosti della Provvidenza Divina che ci
guida.
L’Otto ci può destare dal nostro sonno
collettivo. Ricordandoci dell’epoca in cui Hashèm
“interferì” con il corso “naturale”
della storia alterandolo, rafforza in noi l’aspettativa della
rivelazione della salvezza di Hashèm, che attendiamo ai nostri
tempi.
(Tratto da una sichà del Rebbe di
Lubavitch)
Uno
Sguardo all’Eternità
Una
Vittoria Titanica e una Piccola Ampolla d’Olio
Trionfo
La festa di Chanukkà ricorda la
straordinaria vittoria dei Maccabei, un gruppo di combattenti esiguo
ma pronto a tutto, su una delle grandi potenze imperiali
dell’antichità, ovvero il ramo seleucide dell’impero
di Alessandro Magno.
Questa storia ci riporta 2144 anni indietro, all’anno
138 a.e.v., circa 150 anni prima dell’avvento del cristianesimo
e due secoli prima della distruzione del Secondo Tempio. All’epoca
Israele si trovava sotto il dominio dell’impero di Alessandro
Magno. Il governatore siriano-greco di quei tempi, Antioco Epifane
(che significa “l’amato dagli dei”), era
determinato a imporre i propri valori sul popolo ebraico. Egli vietò
la pratica dell’ebraismo, fece erigere una statua di Zeus nel
Tempio, profanò sistematicamente i luoghi santi di
Gerusalemme, fece uccidere in modo barbaro gli ebrei che si
rifiutavano di adorare le sue divinità e sottopose le giovani
donne ebree allo stupro: si trattava di tirannia su vasta scala.
Purtroppo, a questo sforzo collaboravano due sommi sacerdoti ebrei,
Giasone e Menelao, che lo aiutavano a proibire l’osservanza
delle mitzvòt e a trasformare il Tempio in una
struttura “internazionale” in cui si adorava una gamma di
divinità greche.
In una prospettiva storica, se Antioco fosse riuscito
nel suo intento, l’ebraismo sarebbe morto (e le religioni che
ne sono scaturite – il cristianesimo e l’islam –
non sarebbero mai comparse sulla scena mondiale).
Tuttavia, un piccolo gruppo di ebrei, guidati
dall’anziano sacerdote Matityàhu e dai suoi figli, si
ribellò: condussero una brillante campagna militare e in capo
a tre anni riconquistarono Gerusalemme, eliminando gli oggetti
sacrileghi dal Tempio e ristabilendo l’autonomia ebraica. Si
trattò, come si recita nelle preghiere di Chanukkà,
di una vittoria dei “deboli sui forti, e dei pochi sui
molti”. Fu ristabilita la libertà religiosa e
il Tempio venne riconsacrato: Chanukkà significa,
infatti, “riconsacrazione”.
Si trattò di un evento notevole e di un trionfo
straordinario. Noi – il popolo ebraico – ci troviamo qui
oggi soltanto grazie al coraggio e alla capacità di visione di
questo piccolo gruppo di ebrei determinati che non vollero permettere
che Hashèm e la Sua Torà venisse ridotta come
l’immondizia della storia dal tiranno siriano-greco.
La
Narrazione Talmudica
Eppure è sorprendente come il testo classico
della legge e della letteratura ebraica, il Talmùd, ci dia una
prospettiva molto diversa sulla festa di Chanukkà.
“Che cosa è Chanukkà?”
chiede il Talmùd. Questa è la risposta:
“Quando i greci entrarono nel Santuario,
contaminarono tutto il suo olio. In seguito, quando la famiglia reale
Asmonea ottenne la vittoria, i suoi membri cercarono e trovarono
soltanto un’unica ampolla di olio puro che portava ancora il
sigillo del Sommo Sacerdote, sufficiente per accendere la Menorà
(il candelabro) per un solo giorno. Tuttavia, si verificò un
miracolo, e riuscirono ad accenderla con questo olio per otto giorni.
L’anno successivo, furono stabiliti otto giorni di festa, di
lode e di ringraziamento a Hashèm”.
Quindi, secondo il Talmùd, la festa di Chanukkà
celebra in modo minore la vittoria militare di un esiguo gruppo di
ebrei su uno degli eserciti più potenti al mondo e in modo
maggiore il miracolo dell’olio. Il Talmùd si riferisce
solo brevemente alla vittoria militare (“quando la famiglia
reale asmonea vinse e fu vittoriosa”), ponendo l’enfasi
sulla vicenda dell’olio, come se si trattasse dell’unico
evento significativo da ricordare in occasione di Chanukkà.
Perché
questo scalpore per un’ampolla d’olio?
È bizzaro. Il miracolo dell’olio,
apparentemente, fu meno significativo della vittoria militare. Oltre
a essere stato un miracolo verificatosi dietro le porte chiuse del
Tempio con solo pochi sacerdoti come testimoni, aveva a che fare con
un simbolo religioso senza implicazioni relative alla vita, alla
morte o alla libertà. Se gli ebrei fossero stati sconfitti dai
greci, oggi non ci sarebbero più. Se l’olio non fosse
durato otto giorni, chi lo avrebbe notato? Forse le frittelle che
mangiamo oggi avrebbero un sapore diverso?
Cerchiamo di “condire” la questione con un
tocco di contemporaneità. Immaginiamo che, dopo la
straordinaria vittoria israeliana nella guerra dei Sei Giorni del
1967, durante la quale otto eserciti arabi (Egitto, Siria, Arabia
Saudita, Iraq, Kuwait, Sudan e Algeria) erano determinati a
sterminare Israele e i suoi tre milioni di abitanti, una candela in
una sinagoga di Gerusalemme fosse arsa per sei giorni. Sicuramente
questo avrebbe aggiunto un bel tocco sentimentale all’euforia
dovuta alla salvezza di Israele, ma avrebbe potuto essere la
motivazione del festeggiamento – questo piuttosto che la
salvezza da un secondo olocausto di milioni di esseri umani
innocenti? Questo dettaglio sarebbe arrivato in prima pagina o
avrebbe costituito l’argomento principale dei media?
Allo stesso modo, l’accensione del candelabro del
Tempio per otto giorni fu indubbiamente il seguito confortante di una
grande vittoria. Si trattò di un segno che dimostrava che
Hashèm aveva apprezzato il sacrificio dei Suoi figli e li
aveva ricompensati con un miracolo sbalorditivo. È chiaro,
però, che si trattò di una semplice ciliegina sulla
torta, dell’incoronazione di una vittoria storica e di grande
importanza sul campo di battaglia che ha preservato gli ebrei e
l’ebraismo. Eppure, il Talmùd trasforma questo dettaglio
minore nel motivo principale per celebrare Chanukkà.
Oltretutto, il miracolo dell’olio è l’unico
tra gli eventi di Chanukkà che ricordiamo fino ai
nostri giorni. Infatti, non abbiamo un’usanza o un rituale
commemorativo di un trionfo miracoloso. Ciò che abbiamo è
l’accensione di una chanukkìa in ricordo del
fatto che l’olio della Menorà del Tempio durò
otto giorni. Come capire tutto ciò?
Il
Nucleo della Storia Ebraica
La risposta ci consente di apprezzare l’ingrediente
essenziale che ha definito 4000 anni di storia ebraica. La vittoria
militare fu veramente straordinaria; tuttavia, non fu duratura.
Appena 210 anni dopo Chanukkà, nel 68 a.e.v., il Tempio
fu distrutto, questa volta dai Romani. Gerusalemme fu saccheggiata,
il popolo di Israele fu decimato e costretto all’esilio. Fu
l’inizio di un periodo di impotenza, di dispersione e
persecuzione che dura da quasi due millenni. Nel 1948 abbiamo
assistito alla nascita del moderno Stato di Israele e alla splendida
restituzione di molta della dignità e della potenza ebraica
perdute, ma siamo ancora in esilio, tanto mentalmente quanto
fisicamente.
Purtroppo, la vittoria politica e militare di Chanukkà
non è durata; ciò che è durato è stato il
miracolo spirituale: la fede ebraica che, come l’olio, è
stata inestinguibile.
La forza basata sul solo potere militare è
temporanea; può durare per lunghi periodi ma, in definitiva, è
destinata a essere sconfitta da una potenza superiore. D’altro
canto, quella basata sul coraggio morale, sulla luce spirituale e
sulla fede nel potere definitivo della bontà non può
mai essere distrutta.
I saggi che istituirono la festa di Chanukkà
compresero questa verità. Con gli occhi puntati sull’eternità,
i rabbini dell’epoca del Secondo Tempio compresero che il
nucleo eterno di Chanukkà non era costituito dalla sola
vittoria sul campo di battaglia, ma che il trionfo militare condusse
alla riaccensione della luce santa e della torcia morale.
Sicuramente la vittoria militare fu un evento di enorme
portata per cui siamo eternamente grati. Tuttavia, ciò che
rende Chanukkà una festa vibrante ed emozionante ai
nostri giorni, 2100 anni dopo, a Los Angeles, Toronto, Londra,
Parigi, Melbourne, Caracas, Mosca, Casablanca, Johannesburg e,
naturalmente, a Gerusalemme, è la storia di una piccola
ampolla d’olio che non smetteva di emanare la propria luce
neppure nella più oscura delle notti e tra i venti più
possenti.
Per più di due millenni, con l’inizio della
festa di Chanukkà le famiglie ebraiche si sono radunate
intorno ai candelabri, con i volti dei bambini radiosi di una gioia
senza tempo. Osservando le fiamme che danzano si possono udire le
candele tremanti che condividono la stessa storia, una storia con un
finale penetrante: la fiamma della fede ebraica, la fiamma della
Torà, la fiamma della redenzione non si spegnerà mai.
L’impero greco e quello romano sono scomparsi da
molto tempo. Le civiltà costruite sul potere non durano mai.
Le civiltà costruite sull’importanza di ciò che
non ha potere non muoiono mai. Ciò che conta, a lungo termine,
non è solo la forza politica, militare o economica, ma come
accendiamo la fiamma dello spirito umano.
(Questo articolo è su un discorso di Chanukkà
pronunciato dal Rebbe di Lubavitch a Chanukkà del 5726,
1965 adattato da rav Yosef Y. Jacobson)
La
Luce Interiore
Insegna Rabbi Shalom Dov Ber di Lubavitch:
“Poiché la mitzvà è una
lume e la Torà è luce (Mishlé 6, 23). Così
come la luce fisica viene generata da una candela, la luce della Torà
viene generata da una “candela” di mitzvà.
Senza la “candela” delle mitzvòt che
dissipano il buio spirituale, non può esserci la luce della
Torà! Tramite la candela della mitzvà otteniamo
la luce della Torà, che è la luce interiore
dell’Essenza di Hashèm – ovvero la fonte di
luce che deve risplendere al di sotto per trasformare in luce il buio
spirituale di questo mondo.
La sapienza è paragonata all’olio. Per
questa ragione i greci profanarono tutto l’olio del Tempio, al
fine di contaminare la sapienza della Torà (la sapienza
divina) con la loro sapienza intellettuale. La saggezza positiva
della Torà determina in colui che la apprende un livello di
annullamento di sé che gli consente di osservare la Torà
e le mitzvòt e, in generale, di essere una brava
persona. La saggezza negativa dei greci porta colui che la apprende a
sentire se stesso come un essere separato, per cui più che
fare ciò che Hashèm si aspetta da lui, fa ciò
che ritiene più utile per se stesso.
I greci volevano neutralizzare la sapienza positiva, la
Vera Realtà, attraverso la sapienza negativa, ovvero la realtà
percepita. Volevano fare dimenticare agli ebrei che la Torà è
la Torà di Hashèm, e negare l’esistenza di Hashèm
vietando agli ebrei di compiere i chukìm (statuti),
ovvero le mitzvòt decretate dalla Torà che non
possono essere comprese e giustificate razionalmente
dall’intelligenza umana.
I Chashmonaìm (i Maccabei) batterono e
sconfissero i greci dedicandosi in modo totale a Hashèm, al
punto di rinunciare alla propria vita per rivelare l’esistenza
di Hashèm (così come la candela rinuncia alla propria
esistenza e si fa bruciare per rivelare la luce).
In seguito, istituirono l’accensione dei lumi di
Channukkà, che corrisponde all’idea della luce
della Torà
Logico?
Il miracolo di Chanukkà avvenne perché
un’ampolla di olio arse per otto giorni.
Alcuni dicono che l’olio bruciava, ma ogni giorno
compariva miracolosamente olio nuovo.
Alcuni affermano che l’olio non bruciava
veramente, ma che la fiamma era miracolosa.
Le teorie si susseguono.
Perché limitiamo Hashèm con la nostra
logica? Diciamo semplicemente che la fiamma bruciava l’olio, ma
che l’olio non bruciava!
Hashèm può fare qualunque cosa. Può
persino, come dice il proverbio, “far passare un elefante
attraverso la cruna di un ago”.
In questo caso come farebbe? Renderebbe più
piccolo l’elefante? Oppure allargherebbe la cruna dell’ago?
Nessuno dei due. L’elefante rimarrebbe grande, la cruna
dell’ago piccola. Ed Egli farebbe passare l’elefante
attraverso la cruna dell’ago.
Illogico quindi! È vero. Ma la logica è
soltanto un’altra delle Sue creazioni. A colui che ha creato la
logica è consentito trascurarla.
(Tratto dal libro Bringing Heaven
Down to Earth: 365 Meditations of the Rebbe)
Dieta
di Chanukkà
Questa
volta... Niente Cibo!
L’osservanza di quasi tutte le festività
ebraiche, compreso lo Shabbat, si incentra soprattutto sui pasti
festivi. L’unica eccezione è Chanukkà, in
cui, per decreto dei saggi, l’accensione dei lumi non ne è
soltanto la celebrazione essenziale, ma anche l’unica.
Ciò ci porta a focalizzare la nostra attenzione sul miracolo
dell’olio che bastò per otto giorni piuttosto che sulla
vittoria militare contro i nemici greci. La vittoria sul campo di
battaglia era soltanto uno degli aspetti di un trionfo ben più
grande, un trionfo spirituale. Lo scopo dei greci non era infatti
quello di eliminarci fisicamente, bensì di portarci a
dimenticare l’ebraismo (cf il paragrafo ‘Al Hanissìm
aggiunto all’Amidà e alla Birkàt
Hamazòn) e imporci la loro filosofia e modo di vita.
Solo
la Ragione
Esiste una differenza fondamentale fra l’approccio
alla vita ebraico e quello greco-occidentale.
Le filosofie elaborate dall’uomo accettano
soltanto le idee che la ragione può cogliere, e bandiscono
tutto il resto. Per questo i greci accettavano, ad esempio,
l’esistenza di Hashèm, la Sua unicità, la Sua
primarietà e la Sua eternità, ma negavano la Sua
intromissione nelle piccole cose della vita e respingevano i precetti
non basati sulla ragione. Che cosa – si domandavano – può
importare al Creatore se si mangia la carne assieme al latte o no?
Noi, d’altro canto, crediamo che Hashèm è
superiore a qualunque livello di saggezza e conoscenza; che nessun
pensiero, per quanto eccelso, possa contenerlo. Ma non solo: la
nostra facoltà di pensare deve continuamente esercitarsi a
comprendere che noi e il nostro intelletto siamo limitati e ad aver
fede profonda nei principi fondamentali della Torà.
Il miracolo di Chanukkà
è quindi un’espressione del dominio della saggezza
divina sull’intelletto umano.
Sempre
più Luce
Tale è il senso dei lumi di Chanukkà.
Così come il loro numero aumenta di sera in sera – con
sempre maggior luce e maggior potere di vincere il male – anche
a noi viene data la facoltà di sfruttare al massimo il nostro
intelletto per diventare noi stessi dei “lumi”, sì
da vincere l’oscurità con le nostre forze.
I lumi di Chanukkà devono essere accesi in
modo che siano visibili da tutti. Anche noi, proprio come i lumi,
dobbiamo agire in modo che la nostra luce risplenda verso l’esterno
sì che la nostra condotta sia da emulare.
Un
Lume alla Volta
Hillèl dice: “Al primo giorno di Chanukkà,
si accende una candela. In seguito, ogni sera si aggiunge una
candela, in modo che, l’ottava sera, ci siano otto candele”.
(Talmùd Shabbat 21b)
Perché non si accendono otto lumi ogni sera?
Hillèl ci insegna due cose. Innanzitutto,
dobbiamo sempre cercare di aumentare la luce e di non rimanere fermi.
Qualunque sia il livello di crescita spirituale conseguita, non
dovremmo mai esserne soddisfatti, cercando sempre di avanzare.
In secondo luogo, è sbagliato voler ottenere
troppo e troppo in fretta. La crescita spirituale dovrebbe avvenire
gradualmente, adattandoci a ogni nuovo livello e assimilando quanto
abbiamo ottenuto prima di procedere verso il passo successivo.
Affrettare troppo i tempi può farci sbilanciare, e la nostra
spiritualità può risultarne indebolita, mentre
crescendo gradualmente avremo basi più solide.
Otto lumi la prima sera sarebbero troppi e troppo
presto, e le notti successive non avremmo un aumento di luce.
(Rav Abraham Twerski)
Midràsh su
Chanukkà
Le
Figlie del Sommo Sacerdote
Rabbi Yehoshu’à ben Levì diceva: “Le
donne hanno l’obbligo di compiere la mitzvà dei
lumi di Chanukkà poiché anch’esse fecero
parte di quel miracolo” (Talmùd Shabbat 23a).
Spiega Rashì: “Infatti, i greci avevano
decretato che tutte le ragazze ebree in procinto di sposarsi si
sottomettessero prima alla violenza del principe greco. Inoltre, il
miracolo della vittoria degli Asmonei avvenne tramite una donna”
(la figlia di Yochanàn, il Sommo Sacerdote, che fece ubriacare
il tiranno e lo decapitò; con questo atto, effettivamente, le
donne ebree furono salvate da questo decreto).
La
Forza della Donna
Uno dei temi principali della storia di Chanukkà
verte sull’eroismo delle donne ebree che vollero salvaguardare
la propria dignità e il proprio onore.
I saggi furono riluttanti nell’esporre i dettagli
sulle afflizioni e gli atti indegni inflitti dai greci-siriani,
sicuramente in segno di rispetto per la dignità delle donne
ebree. Nonostante ciò, a tratti troviamo riferimenti velati
nel Talmùd e altri, più espliciti, nelle fonti del
Midràsh.
Nella Meghillàt Ta’anìt (del
17 di Elùl) si riporta che i re greci nominavano
funzionari nelle città di Èretz Israel perché
prelevassero tutte le ragazze ebree, a cui veniva permesso di sposare
i propri fidanzati soltanto dopo essersi sottomesse ai funzionari. Di
conseguenza, gli ebrei si rifiutavano di sposarsi o si sposavano
clandestinamente. Matityahu ben Yochanàn, il Cohèn
Gadòl (il padre dei fratelli Asmonei) aveva una figlia,
che era fidanzata. Quando giunse la data del matrimonio il
funzionario greco-siriano venne per violentarla, ma Matityahu e i
suoi figli glielo impedirono. Essi lottarono contro i funzionari e le
loro truppe e, miracolosamente, riuscirono a sconfiggerli e a
ucciderli. Il giorno di questa vittoria fu decretato come festa.
Il seguito di questa storia viene riportato dal Midràsh
di Chanukkà. Quando apprese che i suoi ufficiali erano
stati uccisi, il re siriano radunò tutto il suo esercito e
assediò Yerushalayìm. Una vedova di nome Yehudìt
(secondo il Midràsh, la figlia di Yochanàn Cohèn
Gadòl, quindi sorella di Matityahu) si offrì
di recarsi dal re per salvare la città. Ottenuta un’udienza,
riuscì a sedurlo. Durante il banchetto preparato in suo onore,
nutrì il sovrano di formaggio e latticini salati. Il re,
assetato, bevve molto vino, si ubriacò e si addormentò
profondamente. Quella stessa notte, mentre dormiva, Yehudìt
prese la spada del re e lo decapitò; poi depose la testa nella
sua sacca e la riportò con sé in città ove la
appese sulla mura. Quando i greci compresero di aver perso la loro
guida, furono colti dal panico, fuggirono, e gli ebrei poterono
marciare verso la vittoria.
Lo Shulchàn ‘Arùch stabilisce
che, per il ruolo importante che ebbero nella vittoria di Chanukkà,
le donne devono seguire l’usanza di non lavorare finché
i lumi sono accesi, e a questo riguardo non devono essere indulgenti
(Oràch Chaìm 67).
(Midràsh leChanukkà, Otzàr
Hamidrashìm)
Halachòt di
Chanukkà
Norme
Concernenti l’Accensione
Chi
Accende
Il dovere di accendere la chanukkià
concerne le donne quanto gli uomini, in quanto anch’esse
godettero del miracolo in gran misura. I decreti dei greco-siriani,
annullati con la vittoria dei maccabei, imponevano infatti anche che
le giovani spose si coricassero con gli ufficiali nemici la notte
prima delle nozze. Inoltre, il miracolo avvenne anche per mezzo di
una donna, Yehudìt, che grazie alla sua bellezza e alla sua
astuzia riuscì a causare la morte di Oloferne, uno dei
generali nemici. Per questo motivo, fintanto che i lumi ardono, le
donne usano astenersi dalle faccende di casa e godersi il meritato
riposo. Esse non sono tenute però ad accendere la chanukkià
perosnalmente e possono adempiere all’obbligo assistendo
all’accensione del capofamiglia. Ciascun uomo ha il dovere di
accendere la sua chanukkià ovunque si trovi. Le
accensioni pubbliche o in casa d’altri non esimono la persona
dall’obbligo. È buon uso incoraggiare i bambini ad
accendere la propria chanukkià, essenzialmente per
motivi educativi.
Dove
si Accende
La chanukkià viene posta accanto alla
finestra oppure presso lo stipite sinistro della porta, di fronte
alla mezuzà (per essere circondati da mitzvòt),
al fine di diffondere all’esterno la luce del miracolo.
La
Praparazione della Chanukkià
Il modo migliore per osservare la mitzvà è
di usare stoppini di cotone e olio d’oliva oppure candele di
cera d’api; tuttavia anche altri generi di candele sono adatti.
I lumi devono ardere per almeno mezz’ora dopo il crepuscolo.
Essi devono essere disposti alla stessa altezza e in un’unica
fila, mentre lo shamàsh, la candela usata per accendere
gli altri lumi, deve essere posizionata ad un’altezza diversa.
Come
Si Accende
I lumi si accendono da destra verso sinistra. La prima
sera si accende il primo lume sul lato destro della chanukkià.
La seconda sera si accende prima il nuovo lume a sinistra di quello
acceso la sera precedente e così via.
Quando
si Accende
I lumi di Chanukkà vengono accesi di sera.
Alcuni usano accenderli poco dopo il tramonto mentre altri lo fanno
dopo il crepuscolo. Se ciò non è possibile si possono
accendere comunque anche più tardi.
Shabbat
Essendo proibito accendere una fiamma di Shabbat, di
venerdì bisogna accendere la chanukkià prima
dell’accensione delle candele di Shabbat; è bene
aggiungere più olio ai lumi di Chanukkà in modo
che essi durino fino a mezz’ora dopo il crepuscolo. Durante
Shabbat è proibito toccare o spostare la chanukkià,
è muktze. Di sabato sera si accendono i lumi di
Chanukkà al termine dello Shabbat, dopo che la recita
della havdalà (preghiera conclusiva del sabato).
Ulteriori
Norme e Usanze
Le
Preghiere
Durante gli otto giorni di Chanukkà si
aggiunge il brano ve’al hanissìm nella preghiera
dell’Amidà e nella Birkat Hamazòn (la
benedizione dopo il pasto), si recita l’hallel completo
nella preghiera del mattino e si estrae il Sefer Torà
per leggerne un breve brano ogni mattina.
Tzedakà
È usanza incrementare la quantità che si
dà in tzedakà; la vigilia di Shabbat se ne dà
il doppio.
Demé
Chanukà - Doni di Soldi
È usanza distribuire doni in soldi ai bambini
dopo aver acceso i lumi (eccetto di Shabbat), per ricordare ai
piccoli che ai tempi dei maccabei anch’essi studiavano la Torà
in segreto mettendo le proprie vite in serio pericolo. Questa usanza
può servire anche ad incoraggiare i bambini a dare tzedakà
– facendo loro donare una parte dei soldi ricevuti – ed
incentivarli a migliorare negli studi e nell’osservanza delle
mitzvòt.
Il
Sevivòn - Trottola
Si usa giocare con un sevivòn per
ricordare la scaltrezza dei bambini al tempo dei maccabei, i quali
fingevano di giocare con la trottola quando i soldati siriani
arrivavano mentre studiavano la Torà.
Cibi
tradizionali
È usanza mangiare cibi preparati con l’olio
per ricordare il miracolo avvenuto con l’olio. Tra i cibi
tipici ci sono le sufganiòt o bomboloni e le levivòt,
frittelle di patate. Inoltre è usanza mangiare cibi a base di
latte per ricordare il coraggio di Yehudìt (cf sopra).
Lettere del Rebbe su
Chanukkà
22 kislèv 5722
Brooklyn, NY
Saluti e benedizioni
La ringrazio per la sua corrispondenza. Sono certo che
ha celebrato Yud Tet Kislèv nella maniera più
opportuna e che saprà trarre il massimo beneficio dai giorni
fausti di Chanukkà che celebreremo presto, diffondendo
la luce della Torà e delle mitzvòt in misura
sempre crescente. Questo è infatti quanto ci richiedono le
candele di Chanukkà, che accendiamo ogni sera in numero
crescente e che devono illuminare non solo la casa ma anche
l’esterno. Il suo successo passato in questo senso
indubbiamente la incoraggerà a spingersi oltre, con ulteriore
trasporto, rendendo anche i successi futuri più facili da
ottenere [...].
Porgendole le mie
benedizioni,
(firma del Rebbe)
15 kislèv 5724
Brooklyn, NY
Saluti e benedizioni
In seguito a un’interruzione, ho ricevuto la sua
lettera dell’11 kislèv, nella quale tuttavia lei
non mi chiarisce i motivi del suo prolungato silenzio. Che Hashèm
faccia sì che lei abbia sempre buone notizie da comunicare
riguardo a tutte le questione di cui parla e che possa essere, come
dice lei stesso concludendo la lettera, “sempre felice”.
Ci troviamo ora nei giorni fausti di kislèv
e presto celebreremo Yud Tet Kislèv e poi Chanukkà,
con l’accensione delle candele in numero crescente. Possa
Hashèm concederle luminosità e chiarezza in misura
sempre crescente, fra il popolo di Israèl.
Porgendole le mie
benedizioni,
(firma del Rebbe)
7 tevèt 5740
Brooklyn, NY
Mr. _________
Newark, NJ 07112
Saluti e benedizioni,
In seguito al nostro breve colloquio personale, colgo
questa prima occasione presentatasi dopo Chanukkà per
esprimerle i miei sentimenti riguardo al suo caloroso riscontro e al
suo generoso contributo all’ultimo progetto di Lubavitch in
Terra Santa [...].
È di notevole importanza il fatto che la Menorà
di Chanukkà abbia otto lumi, benché essa
rifletta il miracolo dell’olio avvenuto in relazione
all’accensione della Menorà del Santuario,
costituita da sette lumi soltanto.
Come spiegato nelle nostre sacre fonti, il numero sette
detiene un significato simbolico interiore in relazione e in
contrasto con il numero otto. Il sette rappresenta il corso naturale
delle cose, poiché Hashèm creò il mondo in sei
giorni e riposò al settimo, completando il normale corso in
sette giorni e colmandolo della santità dello Shabbat. L’otto
invece rappresenta ciò che trascende la natura, lo
straordinario (nel senso letterale del termine, n.d.t.).
La Menorà a sette bracci, che corrisponde
ai sette giorni della settimana, è quindi simbolo dell’ordine
naturale, mirato alla luce della Torà e delle mitzvòt
durante tutti i sette giorni della settimana e da esse costantemente
illuminato. Chanukkà, d’altro lato, ricorda una
situazione straordinaria della storia ebraica, in cui il popolo
ebraico si trovò ad affrontare difficoltà cruciali che
ne mettevano a repentaglio la sopravvivenza spirituale, rischiando di
trascinarlo alla cultura ellenica pagana che all’epoca aveva
conquistato il mondo.
Il pericolo era tanto più grave se si pensa che
gli eventi accaddero mentre il popolo si trovava nella propria terra,
la Terra Santa, dove esisteva il Santuario; e che il nemico non
mirava a distruggere il Bet Hamikdàsh, né a
estrarne la Menorà, ma “solamente” a
contaminarlo con la propria ideologia.
Questa situazione fuori dal comune richiedette quindi un
intervento anch’esso fuori dal comune, in termini di una reale
messirùt nefesh (autosacrificio). Chanukkà
quindi si celebra per otto giorni e con l’accensione degli otto
lumi, accrescendone il numero ogni sera e quindi anche la luminosità,
finché all’ultima sera splendono tutti gli otto lumi
della chanukkià.
Possiamo ritrovare lo stesso concetto in altri aspetti
della Torà e della vita ebraica. Ad esempio, l’inaugurazione
del Mishkàn (il Tabernacolo) e del Bet Hamikdàsh
durò otto giorni; la creazione di una dimora in cui la
Presenza Divina potesse risiedere entro i confini di uno spazio
limitato è infatti una realtà straordinaria, come
affermò re Shelomò stesso: “Certamente la terra e
tutti i cieli non Ti possono contenere, ma questa Casa lo può!”.
Questo è anche il significato interiore di
Sheminì ‘Atzeret, l’ottavo giorno (in
seguito ai sette di Sukkòt), che rappresenta il culmine
dell’operato spirituale intrapreso a Rosh Hashanà
e a Yom Kippùr. Tale operato è mirato
essenzialmente alla teshuvà, il meraviglioso dono
divino grazie al quale l’ebreo può espugnare qualunque
limite naturale e portarsi ai più alti livelli spirituali.
Alla luce di tutto ciò (e di molto altro, su cui
tuttavia non ci si può soffermare in questa sede), il numero
otto non è soltanto uno in più del sette, o l’aggiunta
di ulteriori ventiquattro ore, bensì è simbolo dello
straordinario, del soprannaturale, dell’Infinito, in relazione
all’ordinario e naturale – e quindi limitato – che
il numero sette rappresenta [...].
Che D-o faccia sì che, come espresso durante il
farbrenghen, per merito di Chanukkà e
dell’accensione degli otto lumi, simboli della luce della Torà
e delle mitzvòt, possiamo meritare di vedere i lumi di
Zion con il terzo e deterno Bet Hamikdàsh ed assistere
alla Redenzione finale tramite Mashìach.
Con stima e benedizione
(firma del Rebbe)
Due Storie su Chanukkà
(da raccontare accanto ai lumi)
Chanukkà
In Una Prigione Russa
Ogni anno, a Chanukkà, gli ebrei si
riuniscono nelle loro case e nelle sinagoghe per accendere le loro
chanukiòt, e per ascoltare le storie che le candele
hanno da raccontare. Questa è la storia che Reb Chaim Dov Ber
(detto “Berke”) Chein, ‘alav hashalom, usava
raccontare sul miracolo che gli accadde un Chanukkà.
Reb Chein viveva in Russia ed era stato imprigionato dal
governo sovietico. Il suo crimine era stato quello di vivere da bravo
ebreo e di insegnare agli altri ebrei le leggi dell’ebraismo. A
causa di questa sua attività “controrivoluzionaria”,
egli fu rinchiuso in una prigione sovietica. Nessuno sapeva se
sarebbe mai tornato. Le condizioni di vita in quella prigione erano
impossibili da immaginare. Per un ebreo, le difficoltà di
sopravvivenza erano doppie. Oltre all’assenza di cibo, al duro
lavoro e alle condizioni climatiche asprissime, regnava un
antisemitismo tangibile tra i prigionieri e tra le guardie.
Nella prigione di reb Chein il più incallito
degli assassini e dei ladri era conosciuto come “il capo”.
I suoi ordini venivano eseguiti alla lettera e nessuno osava
contraddirlo, a meno che non fosse disposto a pagare con la propria
vita. Era chiaro che nessun guardiano osava interferire nelle
faccende personali del “capo”. L’autorità
del “capo” era assoluta. II suo sguardo incuteva timore a
chiunque. Ogni violazione del volere del “capo” veniva
immediatamente punita severamente.
Reb Chein era una persona molto allegra che aveva la
capacità di riscaldare il cuore di chiunque. Proprio per
questo egli divenne il preferito del “capo” il quale lo
rispettava e si assiucrava che nessuno gli facesse del male. C’erano
però anche altri motivi per il suo “trattamento
speciale”. Innanzitutto reb Chein teneva la bocca chiusa. Ogni
volta che arrivava un nuovo prigioniero in cella, gli altri
prigionieri più rudi gli saltavano addosso, lo derubavano dei
suoi vestiti, dandogli i loro, ormai trasandati. Berke Chein era
entrato in prigione con un altro gruppo di detenuti, i quali
godettero di questo trattamento.
Uno dei nuovi prigionieri approfittò della prima
occasione per riferire alla guardia dell’accaduto. II risultato
fu che la guardia gli fece restituire la sua giacca pesante, ma dopo
quel povero ragazzo, fu picchiato a sangue. Reb Chein, invece, non
raccontò nulla alle guardie e per questo gli altri prigionieri
lo rispettavano.
Inoltre, il “capo” sapeva che reb Chein non
avrebbe mangiato il cibo che gli veniva servito perché non era
kashèr: Il “capo” era ben felice di
dividere la sua razione con gli altri prigionieri. Ogni volta che reb
Chein riceveva dei pacchi di cibo che gli venivano mandati da casa,
controllava accuratamente le uova: se appena trovava un puntino di
sangue, le dava subito via.
Chanukkà si avvicinava. La mente di
Berke Chein si riempì di pensieri inerenti alla festa.
Ricordava come accendeva le candele a casa, come cantava le canzoni
di Chanukkà e come festeggiava in compagnia della sua
famiglia. In prigione, nessuna di queste cose era reale. Perfino
l’atto di accendere una candela o di fabbricare una piccola
chanukkià era punibile con la morte. Uno dei
prigionieri notò il malumore di reb Chein. “Chein,
perché sei cosi triste?” gli chiese. Il rabbino sospirò,
scosse le spalle e disse: “Non importa, non potreste comunque
capire”. II prigioniero si allontanò. Qualche minuto
dopo il “capo” arrivò, con gli occhi lucidi dalla
collera: “Cosa c’è che non va?” urlò.
“Pensi che qui siamo tutti assassini e ladri e che tu sei
l’unico uomo onesto?! Qui dentro siamo tutti dei detenuti!
Siamo uguali. Siamo tutti amici! Nessuno è meglio dell’altro,
e non ci devono essere segreti! Allora, perché sei cosi
triste?!”. Reb Chein fu costretto a confessare iol motivo del
suo turbamento. “Fra poco sara Chanukkà”
spiegò. “È una festa che celebra la libertà
degli ebrei. Ogni sera accendiamo una candela per esprimere la nostra
gioia e la nostra riconoscenza a D-o. Io, qui non posso accendere le
candele. È per questo che sono triste”. “Il capo”
rimase un po’ in silenzio poi disse: “Non ti preoccupare.
Di che cosa hai bisogno per osservare appropriatamente la tua
festa?”. “Dovrei accendere delle candele” disse reb
Chein. “Ma anche se avessi le candele, è proibito
accenderle qui in prigione”. “Lascia che sia io ad
occuparmi delle “leggi” della prigione” disse il
“capo”, visibilmente irritato. “Su col morale;
troveremo il modo per farti accendere le tue candele”. Il
“capo” se ne andò. Reb Chein non sapeva se essere
felice o se aver paura, se rallegrarsi o se il “capo” lo
stesse solo prendendo in giro. Qualche minuto dopo, il “capo”
tornò. “OK”, annunciò, “è
tutto a posto”. Gli occhi di reb Chein si spalancarono
increduli. “Ascolta. Tu ricevi dei pacchetti con del cibo,
vero? Ricevi cipolle e ricevi burro. Se affetti le cipolle si possono
usare gli anelli della cipolla come bicchierino; se ci metti dentro
del burro ottieni una candela”. Poi il “capo”
allungò la mano e prese il suo cappotto dal quale estrasse una
piccola quantità di fili di lana. “Ecco il tuo stoppino!
Hah, hah! Rabbi, avrai le candele più belle del mondo!!”
Berke Chein era esterrefatto. “E il fuoco?” chiese.
“Aspetta e vedrai” borbottò il “capo”.
“Fino ad ora ho organizzato tutto no? Riuscirò a trovare
una soluzione anche per il fuoco”. Arrivò così la
prima sera di Chanukkà. Controllato dal “capo”,
il Rabbi mise del burro nell’anello di cipolla. Prese il filo
di lana che gli aveva dato il “capo”, ne fece uno
stoppino, e lo mise nel bicchierino. Ora ci voleva il fuoco. Il
“capo” ordinò a tutti i prigionieri di stringersi
in cerchio intorno a lui. Nel mezzo c’erano solo il “capo”,
reb Chein e la cipolla. Era impossibile vedere all’interno di
quel cerchio. Il “capo” estrasse un altro filo di lana
dal suo cappotto, lo mise sul pavimento di legno e cominciò a
strofinarlo con lo stivale. Molto rapidamente la lana si scaldò
e cominciò a salire del fumo. Dopo qualche istante, il “capo”
prese un pezzo di carta, soffiò sulla lana e improvvisamente
la carta prese fuoco. Allora consegnò il shamàsh
a Berke. Profondamente commosso, il chassìd iniziò
a recitare le berachòt sull’accensione dei lumi
di Chanukkà ringraziando Hashèm per i miracoli
operati in quei giorni, in questo tempo. Quando arrivò a
pronunciare la terza berachà, “shehecheyanu”, i
suoi occhi si riempirono di lacrime e la sua “neshamà”
(anima) si colmò di felicità e di gioia. Per tutto il
tempo in cui la candela bruciò, tutti i prigionieri rimasero
nel cerchio, nascondendo la luce con i loro corpi e i loro cappotti.
Fuori dal cerchio nessuno poté vedere nulla. I guardiani non
seppero mai niente. L’odore emanato dalla candela improvvisata
era terribile. La cipolla, il burro e il filo di lana, produssero un
odore insopportabile. Anche la seconda sera reb Chein espresse il
desiderio di accendere le candele. II “capo” sorpreso,
chiese: “Di nuovo?” La terza sera, poi, la sua
incredulità arrivò al massimo. Però aveva
promesso, e doveva mantenere. “Chein, quante altre sere dovremo
ancora accendere queste candele?” esclamò. Così,
anche in una prigione russa, circondato da non ebrei, Rabbi Berke
Chein accese le candele di Chanukkà, profondamente
grato ad Hashem per i Suoi miracoli.
Rabbi Berke Chein sopravvisse alla sua prigionia,
e morì poco prima del Pessach del 5750
(1990), all’età di 83 anni.
Dal L’Chaim Magazine,
Tradotto da: Il Moshiach Times
***
Una
Lunga Storia3
(da
leggere accanto al quinto lume di Chanukkà)
La
seguente storia sulla vita vissuta dal proprio padre. è stata
narrata in prima persona da rav Chaim Greenwald di New York a rav
Aharon Dov Halperin, redattore-capo della rivista israeliana Kfar
Chabad, nonché autore del libro Verabbìm Heshìv
Me’avòn da cui è stata tratta.
Mio
padre, rav Avraham Tzvi Greenwald zt"l, nacque a Lodz, in
Polonia e a otto anni perse il padre. Sua madre dovette provvedere da
sola a sette piccoli orfani, per i quali ambiva ad un’ottima
educazione ebraica. Decise quindi di mandare il primogenito, mio
padre appunto, a studiare da suo cugino, il noto tzaddìk rabbi
Menachem Mendel Zamba z"l, che si prese cura di lui con assoluta
dedizione, occupandosi di persona della sua istruzione e della sua
formazione.
Mio
padre aveva quasi diciassette anni quando si celebrarono a Varsavia
“le grandi nozze”, ovvero l’unione tra la rebbetzin
Chaya Mushka Z”l, figlia del Rebbe Rayàtz, Rabbi Yossef
Yitzchak Schneerson di Lubavitch con colui che sarebbe divenuto il
suo successore, Rabbi Menachem Mendel Schneerson. Mi parlava spesso
di quel matrimonio come un’esperienza spirituale unica. Mi
raccontò della celebrazione stessa, a cui partecipò
l’élite dei rabbini della Polonia chassidica, e
dell’impronta indelebile che lasciò il primo incontro,
faccia a faccia con il Rebbe Menachem Mendel. Più tardi, ci
rendemmo conto che quell’incontro ebbe decisive ripercussioni
sul futuro.
Mio
padre accompagnò il suo parente e mentore, rabbi Menachem
Zamba, alla cerimonia nuziale. L’indomani, quest’ultimo
lo informò che intendeva recarsi all’albergo in cui
alloggiava il neosposo e gli domandò se desiderasse
accompagnarlo. Accettò molto volentieri. Egli non potè
mai ricordare ciò su cui conversarono i due saggi. Si
rammentava bene, tuttavia, che, prima che si congedassero, il futuro
Rebbe gli chiese: «Tra pochi giorni è Chanukkà.
Sai perché nelle piccole sinagoghe chassidiche il quinto lume
viene magnificato con maggior brio?». Ma non fu in grado di
rispondere all’inaspettata domanda. Neppure rabbi Zamba trovò
una risposta; si limitò a guardare il rav in attesa di un suo
chiarimento, che non tardò: «Il quinto lume di Chanukkà
è simbolo del buio più profondo, in quanto non può
mai coincidere con Shabbàt. Con i lumi di Chanukkà,
però, è possibile illuminare persino gli spazi occupati
dalle tenebre più fitte e per questo motivo la forza di
Chanukkà si manifesta proprio con il quinto lume,
simbolo dell’oscurità. Questa è l’incombenza
di ogni ebreo, ovunque si trovi, a Varsavia o a Londra: irradiare
anche i luoghi più cupi».
Come
già menzionato, sebbene immemore della lunga conversazione fra
le due sommità, gli rimase impressa l’immagine di una
stanza ove “dardeggiavano tutti i trattati del Talmùd”.
In seguito, rabbi Menachem Zamba rimase per molti giorni sotto
l’effetto di quel colloquio, evocandolo senza sosta.
-•-
Da
allora trascorsero circa vent’anni. Mio padre subì tutti
gli orrori della Shoà, dapprima nel ghetto di Varsavia e poi
nei campi di sterminio. La prima moglie e i suoi cinque figlioletti
gli furono massacrati sotto gli occhi. Lui stesso sopravvisse alla
guerra, vivo ma completamente morto nell’anima. Per due anni
vagò da un campo di profughi all’altro, tentando
disperatamente di scoprire se qualcuno dei suoi parenti, prossimi o
lontani, fosse rimasto in vita. Con immenso dolore, ben presto
dovette rassegnarsi alla cruda realtà di aver perso tutti i
fratelli e sorelle nel grande massacro perpetrato dai nazisti. Nel
1948 si trasferì negli Stati Uniti, a Filadelfia, dove viveva
suo zio, rav Moshe Chayim Greenwald, un chassìd di Amshinov
che non aveva mai conosciuto di persona. Questi gli organizzò
il viaggio e lo accolse calorosamente, adoprandosi in tutti i modi ad
alleviargli, in qualche misura, le pene sofferte durante le
terribili esperienze della guerra.
Le
pressioni dello zio nonchè le esortazioni da parte del Rebbe
di Amshinov zt"l lo convinsero a rifarsi una vita e ad unirsi in
seconde nozze con la donna che sarebbe stata mia madre z"l,
anch’ella reduce dalla Shoà. Originaria di Cracovia, era
figlia di Rav Zushe Sinkowitz, uno dei più brillanti chassidìm
di Alexander. Con la sorella riuscì a mettersi in salvo fin
dall’inizio del conflitto, errando da paese in paese per
giungere infine in Canada, dove crebbero nella famiglia di un mio
prozio, reb Kupel Shwartz, una personalità di spicco in seno
alla comunità ebraica di Toronto.
-•-
Prima
del matrimonio dei miei genitori, reb Kupel Shwartz portò mio
padre dal Rebbe precedente di Lubavitch, il succitato Rebbe Rayàtz,
per una berachà - benedizione. Mi raccontò poi
che fu molto percosso nel constatare il drastico invecchiamento
subito dal Rebbe da quando lo aveva visto a Varsavia.
Reb
Kupel riferì al Rebbe che si trattava di uno superstite del
genocidio, in cui perì tutta la famiglia. Dagli occhi del
Rebbe, che ormai stentava ad esprimersi correttamente, colò un
fiume di lacrime pure e cristalline. Il Rebbe lo benedisse
augurandogli una vita lunga e felice e di fondare un solido ed eterno
focolare. Prima di accomiatarsi, mio padre rivelò al Rayàtz
di aver avuto il privilegio di partecipare al matrimonio della di lui
figlia. Un luccichio scaturì dagli occhi del Rebbe, che quindi
propose loro di salutare suo genero che si trovava nello stesso
edificio.
Reb
Shwartz e il giovane fidanzato scesero nell’ufficio di Rabbi
Menachem Mendel Schneerson, bussarono alla porta ed entrarono,
annunciando di essere venuti su suggerimento del Rebbe Rayàtz.
Il rav lo riconobbe immediatamente. In primis gli chiese di
descrivergli gli ultimi giorni di vita di Rabbi Menachem Zamba,
avendo egli udito che era stato ucciso nel ghetto di Varsavia. Dopo
che mio padre riportò quanto era a sua conoscenza, il futuro
Rebbe gli disse: «Poiché il Rebbe Rayàtz vi ha
incitati a venire da me, ho il dovere di pronunciare qualche parola
di Torà. Siamo nel mese di kislèv, alle soglie
di Chanukkà; mi soffermo sulla ben nota usanza dei
chassidìm, i discepoli del Bà’al Shem Tov, di
festeggiare con enfasi il giorno del quinto lume di Chanukkà.
Il motivo è che il quinto lume non può mai coincidere
con Shabbàt e normalmente dovrebbe regnarvi il buio più
intenso. Malgrado ciò, in questo risiede la specificità
delle candele di Chanukkà: illuminare anche le tenebre
più profonde. Questo è il compito di ciascun ebreo,
ovunque si trovi, a New York o a Londra: diffondere luce anche negli
angoli più bui».
Queste
parole misero mio padre in scompiglio, in quanto quasi completamente
dimentico, col passare del tempo, di ciò che il futuro Rebbe
gli aveva spiegato circa vent’anni addietro. Ora tutto gli
tornò in mente in un colpo solo: il Rebbe aveva ribadito
esattamente quanto proferito nella camera d’albergo a Varsavia.
-•-
Dopo
il matrimonio, mio padre assunse la funzione di rabbino e di
insegnante nella comunità “Adàt Israèl”
di Washngton Heights, dove nascemmo io e mia sorella. Abitammo lì
per cinque anni finché, tramite l’intervento di reb
Kupel Shwatrz, ci trasferimmo vicino a lui, a Toronto, dove mio padre
continuò a coprire le medesime cariche presso la comunità
chassidica locale. Nel corso degli anni, nell’ambito del suo
ruolo e della sua professione, si avvicinò molto alla comunità
dei Satmer della città. Pur non facendoci sposare con suoi
membri, ci iscrisse nelle scuole che seguivano questa corrente di
pensiero. Mio fratello e io studiammo nella famosa yeshivà
Naytra. Benché il suo approccio si avvicinasse a quello dei
Satmer (tristemente noti per la loro opposizione, talvolta veemente,
al movimento Lubavitch, al suo leader e ai suoi rappresentanti;
n.d.t.), mio padre non si pronunciò mai contro il Rebbe di
Lubavitch; al contrario, parlava sempre di lui con stima, ammirazione
e rispetto particolari, che inculcò amorevolmente anche a noi
figli.
Nell’inverno
del 1969 mi sposai. Prima del matrimonio mio padre mi confidò
che sebbene non fossi un chassìd di Lubavitch, sentiva il
desiderio di recarsi con me dal Rebbe e di riceverne la berachà,
poiché lui stesso, prima del suo matrimonio, aveva usufruito
di quel merito. Che non l’avesse visto da oltre vent’anni,
questo non contava.
Dal
canto mio, aderii all’iniziativa. Ben presto scoprimmo che non
era più tanto semplice ottenere un colloquio con il Rebbe. A
seguito di lunghe trattative con il suo assistente, e solo dopo che
gli fu spiegato che sarebbe stato impossibile, per ovvi motivi,
attendere ancora qualche mese, ci fu accordata un’udienza, a
condizione che ci limitassimo a chiedere una berachà
soltanto e nient’altro, per non trattenere ulteriormente il
Rebbe. Mio padre ovviamente acconsentì e quindi, il giorno
prefissato, partimmo da Toronto alla volta di New York.
-•-
Non
so più l’ora precisa in cui entrammo dal Rebbe, ma di
certo era più vicina al mattino che alla sera. Fu la prima
volta in cui incontrai il Rebbe in viso. Il suo volto e in
particolare la purezza dei suoi occhi mi sconcertarono. Come d’uso,
mio padre consegnò al Rebbe il biglietto sul quale aveva
scritto il mio nome e quello della mia fidanzata, pregandolo di
concederci una sua benedizione.
Quando
prese il biglietto, ma ancor prima di aprirlo, il Rebbe accarezzò
il visitatore con sguardo benevolo, poi si espresse così:
«Dopo oltre vent’anni è veramente arrivato il
momento di rivedersi, soprattutto se teniamo conto che è stato
mio suocero a mandarvi da me...».
Mio
padre praticamente si pietrificò, fu talmente sconvolto da
rimanere ammutolito. Nel frattempo, il segretario bussò alla
porta, ma il Rebbe, con un gesto della mano, ci fece capire di non
attribuire importanza alla cosa. Alchè, aprì il
biglietto, vi gettò una rapida occhiata e iniziarono a piovere
auguri: benedisse la coppia e il matrimonio e pure il padre,
augurandogli una vita lunga e piacevole. Proseguì,
approssimativamente in questi termini: «Come lei participò
alla gioia del mio matrimonio, in egual modo Hashèm le
elargirà serenità e forza per rallegrarsi allo
sposalizio di suo nipote».
Gli
occhi di mio padre erano stillanti di lacrime. Anch’io mi
commossi considerevolmente, consapevole di tutto ciò che aveva
subito nei campi nazisti e di quanto questa benedizione gli fosse
preziosa. Prima di lasciare il Rebbe, si fece coraggio e gli disse:
«Il Rebbe mi permetta di porgli una domanda che mi assilla,
benché io abbia promesso al suo segretario di essere breve».
Il
Rebbe gli regalò un bel sorriso e lo rassicurò: «Poiché
è stato mio suocero a mandarvi da me, sono costretto a
rispondere a tutte le sue domande».
Di
nuovo il suo assistente bussò alla porta e di nuovo il Rebbe
con un cenno della mano ci ingiunse di non farci caso.
«Vivo
– cominciò ad esporre mio padre – ormai da molti
anni in compagnia di svariate persone, le quali criticano sempre il
pensiero e il modus operandi del Rebbe di Lubavitch. È vero
che io mi rifiuto di accettare le loro idee, ma queste voci malevoli
sono in qualche modo riuscite a farsi strada nella mia mente e a
suscitare anche in me una certa perplessità riguardo al fatto
che i Lubavitch siano spesso in stretto contatto coi peccatori.
Eppure sono noti i versetti quali: “Hashèm, odierò
coloro che ti odiano (dai Salmi)”. Mi domando, pertanto, come
si spiega che i Lubavitch facciano buon viso anche ai malvagi, che
combattono contro Hashèm e la Sua Torà...». Porse
le sue scuse per il genere di quesito, specificando che non era sua
intenzione provocare o emmettere sentenze, bensì di
comprendere meglio le vie del Rebbe, al fine di poter ribattere sia a
se stesso che agli altri. Il Rebbe reagì: «Che cosa
farebbe quel fanatico del suo vicino di casa se sua figlia
abbandonasse la retta via? Cercherebbe di ricondurla alla Torà
o alle mitzvòt oppure affirmerebbe “Hashèm,
odierò coloro che ti odiano” e che è vietato
frequentare i malvagi? Si allontanerebbe da lei o le andrebbe
incontro? Quello stesso fanatico sosterrebbe di certo che trattandosi
della propria figlia la questione è diversa, in quanto è
scritto: Non rimanere indifferente alla carne della tua carne
(ossia ai tuoi parenti prossimi)».
A
questo punto l’espressione del Rebbe si fece severa. Chiuse gli
occhi, batté un colpo sul tavolo e: «Ogni ebreo è
caro ad Hashèm come fosse Suo figlio unico! E per il Rebbe
Rayàtz ogni ebreo è un parente prossimo, al quale non
si può rimanere indifferente!».
Puntando
uno sguardo penetrante su mio padre, continuò: «Si
conclude con un buon auspicio. Come è noto, fra tutti i
chassidìm è diffusa l’usanza di segnare
con marcata gaiezza l’accensione del quinto lume di Chanukkà.
Perchè? Non potendo mai coincidere con Shabbàt, esso è
simbolo di intenso buio. Con la forza della quinta candela di
Chanukkà è tuttavia possibile illuminare anche
le tenebre. Questo è il dovere di ciascun ebreo: illuminare
anche i luoghi più tetri, ovunque si trovi, a Toronto o a
Londra. Ogni ebreo è parte di D-o, figlio unico di Hashèm.
Accendendo la sua anima con un lume di santità, persino
l’ebreo più lontano, immerso nell’oscurità
più totale, si risveglia!».
Scombussolato
oltremisura, mio padre non udì neppure le benedizioni con cui
il Rebbe chiuse l’udienza e più tardi non riuscì
neanche a rammentarsi come l’avevo fatto uscire dalla stanza.
Durante
il viaggio di ritorno sussurrò solo queste due parole:
«Incredibile! Incredibile!».
-•-
Passarono
circa altre dieci anni. Nel 1979 il beniamino della famiglia si sposò
a Londra e tutti noi, genitori, sorella e cognato, partimmo per la
capitale britannica.
In
aereo notai che mio padre era molto turbato e decisi di interrogarlo
in proposito. All’inizio dimostrò una certa reticenza
ad esprimersi, ma innanzi alla mia insistenza, si rassegnò e
mi informò che pochi minuti prima che uscisse di casa, a
Toronto, si era presentato il vicino di casa, una persona molto
rispettata nella comunità. Versando lacrime roventi, questi
aveva precisato che quanto si accingeva a rivelare doveva essere
custodito con la massima segretezza.
Il
vicino gli descrisse la sua angosciante situazione: sua figlia si era
allontanata dalla retta via e dall’ebraismo. All’inizio i
genitori non se ne erano accorti, dacchè la figlia era stata
abile nel celare il suo nuovo modo di vita. Due settimane prima,
però, erano venuti a sapere che era fuggita a Londra con un
gentile, allo scopo di sposarlo, e da allora la famiglia era
letteralmente in lutto. Ogni tentativo da parte dei genitori e di un
amico di Londra di reperirla era stato vano. Ora il vicino pregava
mio padre di escogitare qualcosa in vista del suo viaggio a Londra.
Magari Hashèm lo avrebbe aiutato a ritrovare sua figlia.
L’indomani
delle nozze mio padre si rivolse al consuocero e gli raccontò
a sua volta il dramma del vicino di casa, porgendogli una richiesta
di aiuto. Il consuocero parlò di un suo amico, un chassìd
Lubavitch di nome rav Glick (z"l), al quale il Rebbe assegnava
mansioni di vario genere e missioni bizzarre, talvolta
inimmaginabili. L’unica persona all’altezza dell’impresa
poteva essere quindi solo rav Glick, che aveva salvato già
molte anime dall’assimilazione.
Quella
stessa sera il suocero di mio fratello lo contattò e gli
riportò la vicenda enfatizzandone la gravità. Rav
Glick telefonò ai genitori della ragazza a Toronto per
ulteriori indicazioni e promise loro che si sarebbe impegnato fino in
fondo a risolvere la questione.
-•-
Non
ho la più pallida idea di dove rav Glick avesse condotto le
sue ricerche, dei sopralluoghi da lui effettuati e tantomeno chi
avesse interpellato, ma una sera, dopo circa dieci giorni (i miei
genitori erano rimasti a Londra fin dopo Chanukkà), rav
Glick chiamò il suo amico ingiungendogli di recarsi
immediatamente a casa sua, dove l’attendeva una sorpresa
speciale.
I
consuoceri si recarono subito da rav Glick. Non appena varcata la
soglia, videro una giovane donna che piangeva concitatatamente seduta
su un divano. All’ingresso del salotto era accesa la chanukkià.
Improvvisamente,
mentre osservava il candelabro con i suoi cinque lumi accesi, mio
padre quasi perse i sensi. Le parole che il Rebbe pronunciò
cinquanta, trenta e poi di nuovo dieci anni prima, ora gli
risuonavano nella mente:
«Il
quinto lume di Chanukkà è simbolo della forza
della chanukkià e il compito di ciascun ebreo è
di portare luce dove i luoghi più cupi – a Varsavia o a
Londra, a New York o a Londra, a Toronto o a Londra....
«Che
cosa farebbe quel fanatico se sua figlia abbandonasse la retta
via?... Ciascun ebreo è caro ad Hashèm come fosse Suo
figlio unico! E per il Rebbe precedente ciascun ebreo è un
parente prossimo, al quale non si può rimanere indifferente!».
È
superfluo precisare che la ragazza tornò sulla retta via e
fece teshuvà. E che da quel giorno suo padre non aprì
più la bocca contro i criteri del Rebbe di Lubavitch.
-•-
Tornato
in Canada, mio padre fece di tutto per ottenere un appuntamento con
il Rebbe, ma all’epoca era diventata un’impresa ancora
più ardua.
Solo
nel mese di tishré seguente, nel 1980, la sua
caparbietà ebbe la meglio e così partecipò al
colloquio collettivo fra il Rebbe e gli ospiti che erano giunti da
tutte le parti del mondo per trascorrere con lui le solennità
del mese.
Mio
padre mi riferì che, assalito da un tremolio, non riuscì
a emettere neanche un suono. Poi, quando finalmente si riprese e
iniziò a narrare al Rebbe l’esito positivo alla sventura
del vicino di casa, pianse a dirotto. Il Rebbe udì solo
qualche parola, poi disse : «Mio suocero vedeva le cose da
lontano».
Ogni
volta che raccontava questa storia, mio padre sottolineava che più
di tutto – più del miracolo stesso e più della
visione profetica del Rebbe – lo avevano colpito la sua
modestia e umiltà, quando attribuì al suocero il
“merito” del miracolo.
La
catena di “coincidenze” non si concluse con
quest’episodio: il 14 di kislèv del 1989, proprio
quando si conclusero i sheva berachòt della mia
primogenita – come aveva predetto il Rebbe, mio padre
assistette al matrimonio della nipote – esattamente
sessant’anni dopo le “grandi nozze” di Varsavia,
mio padre restituì l’anima al Creatore.
Scintille di Saggezza
Chanukkà,
Olio d’Oliva e Affini
• “Nei giorni di Chanukkà bisogna
ascoltare la storia delle candele di Chanukkà ” –
diceva il Rebbe Rayàtz. La storia raccontata delle candele è
portatrice dei messaggi interiori dei giorni di Chanukkà,
che per mezzo di essa penetrano profondamente nel cuore della persona
(Rebbe di Lubavitch)
• Le donne furono le prime a sventolare lo
stendardo della rivolta. Quando molti fra i fedeli alla religione
ebraica erano fuggiti alle grotte a causa dei decreti di Antiochus,
le donne, rimaste sole, furono quelle che incoraggiarono i mariti a
intraprendere la guerra contro il nemico.
• La chassidùt attribuisce enorme
importanza alla luce. Il Bà’al Shem Tov diceva: “La
parola אור – luce
ha il valore numerico di רז-
segreto. Colui che conosce i segreti delle cose può
anche illuminarle” (Hayòm Yom).
• La Scuola di Shammày seguiva la linea
dell’allontanamento dal male, della guerra contro ciò
che al mondo vi è di negativo. La Scuola di Hillèl
seguiva invece la linea della precursione del bene, della crescita in
ambito religioso volta al bene e alla santità, portando
automaticamente all’annullamento del male. La Scuola di Shammày
sosteneva quindi che si debbano accendere le candele di Chanukkà
in numero decrescente: una grande offensiva per annullare le
forze opposte al bene. Per questo motivo sostenevano che la prima
sera si debba iniziare con l’accensione di otto candele. La
Scuola di Hillèl invece era favorevole alla crescita,
iniziando con un’unica piccola candelina e accrescendo di
giorno in giorno il desiderio di studiare Torà e di osservare
le mitzvòt (Rebbe di Lubavitch)
• [...] Il numero di candele accese il giorno
precedente non è più sufficiente. In base agli
insegnamenti della Scuola di Hillèl, ogni sera si aggiunge un
lume a quelli della sera prima. Ciò insegna che l’ebreo
non può accontentarsi di non scendere di livello e di rimanere
allo stesso del giorno prima. Egli deve portarsi sempre più in
alto, salire sempre... D’altro canto non si può iniziare
ad accendere il massimo numero di candele fin dal primo giorno,
poiché “chi troppo vuole, nulla stringe”. (Rebbe
di Lubavitch).
• Lo scopo della guerra condotta dai greci era di
“far dimenticar loro la Tua Torà e di far loro
trasgredire gli statuti della Tua volontà”. La
guerra era mirata interamente contro il divino. Ai greci non
importava che gli ebrei studiassero la Torà e che osservassero
le leggi comprensibili dall’intelletto, ma si opponevano al
lato divino dei precetti, nonché alle mitzvòt
che l’intelletto non può comprendere. Volevano che la
saggezza e la Torà fossero completamente staccate da Hashèm
(Hayòm Yom). Per questo motivo scelsero di rendere
impure le ampolle d’olio anzicché rovesciarle
completamente. L’olio è simbolo della saggezza ebraica,
che i greci volevano intaccare con la loro cultura. (Rebbe di
Lubavitch)
• I chashmonaìm eccelsero nella
messirùt nefesh, l’autosacrificio che non conosce
frontiere e che trascende ogni logica. Per questo anch’essi
godettero di miracoli che trascesero le regole della natura (Rebbe di
Lubavitch).
Come
l’Olio d’Oliva...4
• A chanukkà si usa sedersi a
studiare Torà accanto ai lumi di Chanukkà .
L’olio è metafora dello studio della Torà: così
come l’olio si ottiene pressando le olive, anche allo studio
della Torà si giunge con grande sforzo e impegno.
• Il Midràsh Shemòt Rabbà
paragona l’olio al popolo ebraico: così come l’olio
non si mischia agli altri liquidi, gli ebrei non si mischiano agli
altri popoli; così come l’olio rimane sempre in
superficie, quando eseguono la volontà di Hashèm anche
gli ebrei si mantengono al disopra degli altri popoli; così
come l’oliva produce l’olio quando viene pressata, anche
gli ebrei danno il meglio di sé quando vengono “spremuti”...
• L’oliva, per la sua amarezza, è
simbolo delle forze del male. Come l’oliva, quando queste
vengono pressate e mutate in bene, producono olio, ossia la saggezza
divina (Torà Or).
• L’Alter Rebbe insegnava che se si
desidera godere della “luce della Torà” nella sua
pienezza è necessario “pressare” la propria
personalità, sottomettere e annullare il proprio ego ed
eliminare ogni traccia di orgoglio. Questo ci riporta a ciò
che recitiamo tre volte al giorno nella preghiera: “Che la mia
anima sia per tutti come la polvere” – e quindi –
“apri il mio cuore alla Tua Torà”..
• Pressato per l’Illuminazione (da
parashàt Tetzavvé, riguardo all’olio della
Menorà)
Quando si pressa, ossia si redarguisce una persona allo
scopo di risvegliarla spiritualmente, bisogna illuminarle il percorso
da seguire e mostrarle la retta via piuttosto che umiliarla o
abbatterne il morale... (Rabbi Yekhiel di Alexander).
• Per Accendere (lett. far salire) un Lume:
“Il lume doveva essere acceso finché la fiamma non
saliva da sola” (da Rashì).
Nel cuore di ogni ebreo splende una scintilla di luce
divina che non si può mai estinguere completamente. Non c’è
che da accendere questa scintilla ed essa poi divampa da sola in una
grande fiamma, splendidamente luminosa...
• Benché il comando di accendere i lumi
della Menorà fosse stato rivolto ad Aharòn, di
fatto qualunque cohèn comune lo faceva. Ogni ebreo, e
non solo la guida della generazione, si deve dedicare all’
“accensione” delle anime di Israèl e allo sforzo
continuo di avvicinarle ad Hashèm. Accenderle, tuttavia, non
basta: bisogna infatti far sì che “la fiamma salga da
sola” (cf Rashì), affinché poi il lume splenda
con forze proprie, senza necessitare più dell’aiuto di
chi l’ha acceso (Rebbe di Lubavitch).
• Un lume perpetuamente... al di fuori del
Divisorio (del Santuario): la luce di Hashèm deve
splendere non solo nel Santuario, nelle sinagoghe o nelle yeshivòt;
non solo durante la preghiera e lo studio, ma anche “al di
fuori del Divisorio”, anche fuori, in strada, nelle nostre
piccole e grandi occupazioni quotidiane e nei nostri rapporti con il
prossimo (Yalkùt Eli’èzer).
Appendice
Fonte di Vita
Alcune
Considerazioni di Carattere Scientifico sulla Taharàt
Hamishpachà5
Per l’immenso valore spirituale di cui sono
portatrici, le leggi della “purità famigliare” si
possono indubbiamente definire come uno dei pilastri dell’ebraismo.
Molto brevemente si possono riassumere nella seguente maniera: al
termine di cinque giorni dall’inizio del ciclo mestruale (o
quattro, in base a determinati usi) la donna effettua un controllo
accurato delle parti intime per accertarsi che non sia presente
alcuna traccia di sangue. In seguito lascia trascorrere sette giorni,
detti “puliti”, in cui si accerta con rigore ancora
maggiore dell’assenza di residui o tracce di sangue. Al termine
di questa settimana, infine, si immerge nel mikvé, il
bagno rituale, ossia una particolare vasca costruita in base a norme
precise dettate dalla legge ebraica6.
A partire dall’inizio del ciclo mestruale fino all’immersione
nel mikvé completata, a marito e moglie è
proibito avere rapporti intimi e qualunque contatto fisico. (Tale
divieto, tra l’altro, si applica anche a una donna nubile e
anche qualora non fosse in corso il ciclo mestruale).
Questa legge può parere alquanto bizzarra o
arcaica agli occhi di chi stenta a coglierne il valore. Oggi tuttavia
anche gli scienziati ammettono che essa affonda le radici in una
conoscenza approfondita dell’anatomia umana e delle leggi
biologiche che dirigono il funzionamento di determinati organi del
corpo umano. Tale conoscenza, detenuta dai saggi della Torà,
si è rivelata estremamente ampia da un canto e approfondita
dall’altro, fino a raggiungere il momento preciso in cui
avviene ciascun mutamento all’interno di determinati organi. Di
questi dettagli la scienza moderna è venuta a conoscenza solo
nel corso degli ultimi decenni e grazie all’impiego di
strumenti sofisticati che solo l’odierna tecnologia ha potuto
mettere a sua disposizione.
Di recente si è inoltre scoperto che le leggi
della purità famigliare offrono soluzioni efficaci a
determinati problemi di salute o sociali che colpiscono molte coppie.
Le norme concernenti questo importante precetto – ammette oggi
la scienza – sono state dettate in base a conoscenze
approfondite in campo medico, in quello psico-ormonale nonché
in quello sociale, nell’ambito dei rapporti all’interno
della coppia.
Al fine di chiarire ulteriormente il concetto riportiamo
di seguito alcuni brani del libro del dott. Eli Sussheim: Salute e
Felicità nella Vita Coniugale, apportandovi alcuni
chiarimenti.
Dal punto di vista cronologico vi è una precisa
corrispondenza fra la tradizione ebraica e la scienza medica
nell’ambito delle tre fasi o periodi che suddividono il ciclo
mestruale della donna. Dapprima ci soffermeremo sulle prime due fasi
e in seguito tratteremo la terza. Nella prima fase la membrana mucosa
che riveste le pareti interne dell’utero si scolla e si rompe,
causando la perdita sanguigna. Nella seconda fase l’utero
ricrea la mucosa distrutta, preparandosi ad accogliere e a nutrire il
feto.
Grazie a moderni strumenti di ricerca la scienza è
di recente giunta alla conclusione che la creazione della nuova
mucosa copre un periodo di esattamente sette giorni a partire dal
termine della mestruazione. Non è stata piccola la sorpresa
dei ricercatori venuti a conoscenza del fatto che la legge ebraica
preveda un’attesa di sette giorni privi di qualunque traccia di
sangue prima che sia consentito alla donna di immergersi nel mikvé
e di riunirsi al marito.
Prima di inoltrarci in un altro importante aspetto di
questo argomento, è fondamentale premettere che i precetti
della Torà non furono dati per motivazioni di carattere
puramente medico. Ragioni e motivazioni spirituali eccelse si celano
dietro ai dettami della legge ebraica e noi siamo tenuti a osservarli
anche qualora non fossimo a conoscenza della loro utilità in
ambito medico o salutare. È tuttavia evidente che il Creatore,
che ha stabilito le leggi della natura e la dirige in continuo, non
abbia richiesto all’uomo nulla che possa arrecargli danno. Al
contrario, il legame fra i precetti della Torà e la salute è
molto stretto.
Parallelamente alle scoperte di cui sopra, per cui la
creazione della mucosa uterina richiede sette giorni, venne alla luce
anche il fatto che fino alla conclusione di questa fase l’utero
acquisice una consistenza spugnosa, rischiando di assorbire batteri
estremamente pericolosi provenienti dall’esterno. La
separazione della coppia durante questi sette giorni consente di
evitare molte delle malattie a cui sarebbe invece esposta la donna in
caso di rapporti intimi.
In seguito a ricerche condotte nell’ultimo
decennio nel campo dei tumore uterino, gli scienziati affermano con
certezza assoluta che la non osservanza delle leggi della purità
famigliare dettate della tradizione ebraica, nonché la
leggerezza che caratterizza la vita sessuale della società
odierna, privano la donna della naturale immunità di cui
godono invece da sempre le donne ebree rispettose della tradizione e
delle sue leggi.
Sono numerosi i dettagli e le ripercussioni del precetto
della purità famigliare sui quali ci si potrebbe ancora
soffermare, provando una volta di più ciò che era da
sempre noto ai nostri antenati, ossia che fu il Creatore del mondo a
scrivere la Torà – e nessun altro. Di seguito ci
limiteremo tuttavia ad esporre brevemente altri due fattori
importanti, lasciando le conclusioni al buon senso del lettore:
a) Di sopra sono state citate le prime due fasi, ossia
la rottura della membrana uterina e la sua creazione – fasi da
sempre note agli studiosi della Torà. La terza fase è
quella dell’ovulazione, in cui la cellula denominata ovulo, che
dovrebbe trasformarsi in feto, si stacca dall’ovaia. Il momento
in cui avviene l’ovulazione corrisponde esattamente al termine
della formazione della mucosa uterina (la cui funzione sarebbe quella
di accogliere il concepito e nutrirlo), come risulta ormai evidente
da studi condotti con apparecchiature che consentono visualizzazioni
ingrandite. Ne emerge un fatto degno di nota: il giorno
dell’immersione nel mikvé, in cui marito e moglie
ritrovano l’intimità momentaneamente abbandonata, è
anche il giorno ottimale per il concepimento. Ancor più degno
di interesse, poi, è il fatto che la coincidenza fra il
momento dell’immersione nel mikvé previsto dalla
legge ebraica, ossia il termine dei sette giorni puliti, e il momento
ottimale per il concepimento, ossia il termine dei sette giorni della
rigenerazione dell’utero, non sia affatto una novità. I
saggi la menzionarono infatti in questi termini7:
“La donna può concepire soltanto in
prossimità dell’immersione”.
b) È scritto nel Talmud8:
“Per quale motivo la Torà afferma che il
periodo della niddà dura sette giorni? Perché
[il marito] si abituerebbe troppo a lei e se ne stancherebbe [Rashì:
lo ripugnerebbe]. La Torà dice quindi: gli sia vietata per
sette giorni affinché sia poi preziosa al marito come al
momento delle nozze”.
Queste parole, che gettano nuova luce sugli aspetti
psicologici della purità famigliare, forniscono un importante
spunto alla riflessione per chi vorrebbe risolvere i complessi
problemi che oggi colpiscono molte coppie – la noia, il
disinteresse e i sentimenti di estraniazione che spesso creano
profonde crepe nella vita coniugale.
È infine necessario ribadire che i risultati
delle ricerche scientifiche a favore dell’osservanza delle
leggi della purità famigliare e di tutti i benefici che se ne
possono trarre non sono che i gioielli che adornano la meravigliosa
corona dei precetti divini. Il valore essenziale di questo precetto –
come quello dell’intera Torà – nasce dal fatto che
esso sia stato dettato da Hashèm e che come tale trascenda
qualunque considerazione in merito ai benefici fisici che se ne
possono trarre.
La
Parola ai Medici
• Dott. Daniel Malach, specializzato in
Ginecologia, Centro Medico “Shaarei Tzedek” di
Gerusalemme:
“Esiste un certo numero di sistemi di difesa
naturali che proteggono la donna dall’aggressione di
determinati batteri nel corso dei rapporti intimi. Nessuno di questi
sistemi opera debitamente durante il ciclo mestruale... Il periodo
del ciclo mestruale rende le cellule del collo dell’utero molto
vulnerabili a sostanze cancerogene. Stimoli esterni nel corso del
ciclo possono quindi portare le cellule a uno stato cancerogeno”.
• Prof. Yoram Diamant e Dott. S. Bar Menachem,
reparto Ostetricia e Ginecologia, Ospedale “Bikur Cholim”
di Gerusalemme:
Domanda: “In base alla vostra esperienza in
campo medico, potete affermare che la donna è meno immune alle
infezioni nel corso dei primi dodici giorni del ciclo mestruale?”
Risposta: “Indubbiamente, poiché nei
due terzi dei casi i sintomi [delle infezioni] appaiono nel corso del
ciclo o immediatamente dopo la sua conclusione. Si può
affermare con certezza quasi assoluta che le cause sono l’apertura
del collo uterino, i mutamenti nell’acidità [che
protegge dalle infezioni] e lo stato dei tessuti del rivestimento
interno”.
Domanda: “Qual è l’opinione
della medicina riguardo ai momenti in cui si dovrebbe astenere dai
rapporti sessuali?”.
Risposta: Nei seguenti casi e periodi: a) nel
corso del ciclo mestruale e durante un certo numero di giorni
seguenti; b) in età molto giovane, ossia in prossimità
della pubertà; c) nel caso di perdite sanguigne nel corso
della gravidanza”.
• Dott. M. Zaltzberg, Direttore Medico, Ospedale
“Misgav Ladach” di Gerusalemme:
“I rapporti sessuali nel corso del ciclo mestruale
possono portare i tessuti endometriali a muoversi in senso inverso
nelle tube verso l’addome. Può accadere che le mucose si
impiantino fra gli intestini e crescano. Ciò provoca un
funzionamento distinto di queste parti e un conseguente
sanguinamento, causando forti dolori e febbre. Questa malattia,
denominata endometriosi, è di guarigione molto difficile”.
4.
Spunti tratti dal Chumàsh Shemòt tradotto in
italiano e commentato (Mamash Edizioni Ebraiche) di prossima
pubblicazione.
6.
Il ciclo mestruale in realtà non è
che la perdita di una nuova vita potenziale. Tale perdita crea uno
stato spirituale ed energetico negativo, dal quale è
possibile passare a un equilibrio spirituale puro e positivo
soltanto tramite l’immersione nel mikvé. Secondo
gli insegnamenti esoterici, quaranta seà di acqua non
estratta dal sottosuolo sono ciò che viene definito “acqua
viva” (a differenza dell’acqua estratta dal sottosuolo,
che non è viva, come non lo è un fiore staccato dalla
terra, ossia dalla sua fonte di vita). Tutta l’acqua poi
aggiunta a questi quaranta seà diviene automaticamente
“acqua viva”. È in base a questo principio che
viene costruito il mikvé (cf illustrazione). Ogni
volta in cui il mikvé viene svuotato per essere
riempito nuovamente, si mischia l’acqua piovana a quella non
piovana, conferendo anche a quest’ultima facoltà
purificatrici. L’acqua del mikvé proietta la
persona in una sfera di immensa purezza, paragonabile in qualche
modo alla limpiezza spirituale che caratterizzava il Giardino
dell’Eden prima del peccato originale, che portò la
morte al mondo. Lo stato di purezza spirituale creato
dall’immersione nel mikvé rende la persona
simile a un bimbo appena uscito dall’utero di un mondo
totalmente puro. Per questo motivo l’immersione richiede un
accurato controllo preliminare per accertarsi che nessun corpo
estraneo crei una separazione fra la persona e le acque
purificatrici. L’immersione deve inoltre essere effettuata in
maniera totale, non lasciando nulla fuori dall’acqua, neppure
un capello.
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